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School sex crimes up by 255 per cent, porn culture to blame

Reports of sex offences in schools continue to rise, according to police figures obtained by a Tes investigation

domenica 23 gennaio 2011

La Questione Morale


La questione morale (Cortina editore, pp. 186, euro 14), di Roberta De Monticelli, filosofa esperta di fenomenologia, rientrata in Italia nel 2003 dopo quindici anni di insegnamento a Ginevra, descrive la miseria etica con cui la cronaca ci mette ogni giorno a confronto.

«Una corruzione a tutti i livelli della vita economica, civile e politica», che si manifesta in «cariche pubbliche a figli e amanti, scambi di carriere politiche contro favori privati, concorsi pubblici decisi da cordate o parentele, familismo, clientelismo, caste, penetrazione delle mafie e diffusa mafiosità dei comportamenti, perdita stessa del senso delle istituzioni da parte dei governanti».

Un elenco angosciante di azioni (im)morali che rinnovano antichi mali del nostro paese, come la meschinità, il servilismo, la doppiezza, la furbizia. Questo deficit etico accomuna, secondo l’autrice, l’Italia di Guicciardini a quella di Lele Mora e Fabrizio Corona. Con una differenza, in peggio, perché si è passati dalla “dissimulazione onesta” a quella sfacciata – basti pensare ai politici che giudicano legittimo l’uso del corpo in politica – dove il minimo della trasparenza va di pari passo con il trionfo dell’apparenza vuota. Mentre i “moralisti”, coloro che difendono il valore della ragione pratica, vengono irrisi in nome del “chi è senza peccato scagli la prima pietra”: una deformazione del detto evangelico, comodamente snaturato al “così fan tutti”.

La lucida critica morale della De Monticelli, in un libro in cui la tensione etica è sempre altissima, individua, con un coraggio che molti intellettuali hanno dimenticato, chi più si distingue per un deficit di verità e moralità. È una politica in cui «l’interesse affaristico si fa partito e prostituisce il nome della libertà, ad indicare il disprezzo di ogni regola che possa limitare la libido di un potere letteralmente enorme, sottratto a ogni norma di civiltà e diritto»; sono le gerarchie ecclesiastiche, insieme agli “atei devoti” e a una parte dell’associazionismo, che hanno stretto «un’alleanza con questo programma di disgregazione di ogni minima virtù di cittadinanza»; è, infine, «una sorprendente maggioranza degli italiani che approva, sostiene e nutre questa impresa, e collabora a dissipare la migliore eredità morale e civile e il patrimonio di bellezza e cultura del nostro paese».

Uno scellerato filo rosso unisce, al di là delle apparenze, questi fronti: un radicale nichilismo morale, la convinzione, cioè, che la verità delle cose non sia conoscibile né praticabile, per cui ogni azione è uguale ad un’altra. Un relativismo che, senza aver nulla a che vedere con quello nobile di un italiano come Leopardi, corrode la politica, incapace di giustificare razionalmente le proprie scelte, e poi di onorarle con la pratica.

E pervade anche la Chiesa stessa la quale, sostenendo che senza Dio non c’è morale, di fatto legittima l’esistenza del caos fuori da se stessa, e, giudicando moralmente incompetente chi non crede, si sente autorizzata a decidere per lui.

Contro questo scetticismo, anche quello che va di pari passo con l’autorità, De Monticelli ripropone con forza la capacità della ragione umana di conoscere la realtà e quindi di agire eticamente.

Se i nostri argomenti sono convincenti, e perciò veri fino a che nuove esperienze e critiche non li mettano in dubbio, il rinnovamento morale è possibile. Come è possibile, sostiene con passione la filosofa, il sogno illuminista di una civiltà basata sulla ragione e sulla coscienza critica delle persone; sui valori dell’autonomia, della laicità, della verità umana e dell’universalità, invece che sul principio di autorità o sulla forza.

Quanto al nostro paese, divenuto inospitale non solo per chi ha talento, ma anche per chi ama il vero e il giusto, l’autrice si augura che cessi di aver bisogno di eroi e diventi un luogo in cui «la libera e responsabile assunzione dei propri doveri » sia comune normalità. Un paese non più di sudditi (tali perché usano raccomandazioni, ricatti e favori, e non perché privi di potere), ma di cittadini, persone moralmente autonome, in altre parole «individui».

Abbiamo dunque bisogno di più individualismo, perché nel suo senso originario, spiega l’autrice, esso nulla ha a che vedere con la ricerca del proprio particolare.

Ne abbiamo bisogno perché solo i singoli possono farsi carico delle conseguenze delle proprie libere decisioni morali; e solo i singoli possono guardare ai valori della tradizione e della comunità nella quale sono nati con sguardo critico, decidendo eventualmente di allontanarsi da quei valori qualora essi (De Monticelli allude tra l’altro all’immaginario leghista) si discostino dall’etica, intesa come «quello che è dovuto da ciascuno a tutti e cioè lo stesso diritto a vivere e fiorire secondo il proprio ethos».

In altre parole, se da un lato ognuno è chiamato a portare a compimento la propria vocazione, dall’altro lo può fare solo permettendo la libera manifestazione delle altrui attitudini. Da questo punto di vista, chi fa leggi che impongono agli altri una scelta confacente all’ethos della propria parte politica o religiosa, tocca, secondo l’autrice, il punto più alto di immoralità.

Oltre a snaturare il senso del diritto (uno strumento sostanziale che tutela diritti e doveri), toglie agli altri, svelando così la sua stessa immaturità morale, il diritto più prezioso: quello di diventare un «individuo veramente adulto e responsabile, capace di standard etici e di costumi all’altezza di un cittadino».




venerdì 21 gennaio 2011

PORNO-MODA BAMBINE-MODELLE SU VOGUE


Il mondo della moda occhieggia alla pedofilia? È l'interrogativo che si pongono molti commentatori. Non ultimo un articolo sul quotidiano spagnolo «El Mundo» che racconta la storia di un servizio fotografico pubblicato nel numero di dicembre del mensile francese Vogue in cui appaiono fotografie di tre bambine di sette anni vestite ad imitazione di sensuali donne adulte.

Il servizio, secondo quanto racconta «El Mundo» avrebbe però provocato degli effetti proprio nel mensile del gruppo Condé Nast. Xavier Romatet, presidente di Condé Nast France avrebbe rimosso infatti Carine Roitfeld, direttore del mensile (ha annunciato le proprie dimissioni nel dicembre scorso). Al suo posto le subentrerà, a partire dal prossimo 1 febbraio, Emmanuelle Alt. Secondo il retroscena di «El Mundo» decisiva in questo senso sarebbe stata una telefonata di Bernard Arnault patron del gruppo del lusso LVMH, che avrebbe ritirato i suoi investimenti pubblicitari se non avesse preso provvedimenti sul caso.

Uno dei «colpevoli», oltre alla direttrice che è stata rimossa, sarebbe stato individuato dai media nello stilista Tom Ford autore degli scatti, il cui ruolo però è al centro di un caso. Secondo chi difende l'operato del grande stilista Ford potrebbe infatti aver scelto queste immagini per sottolineare come la società, oggi, imponga degli status symbol inadeguati per le più giovani, con atteggiamenti che annullano l’innocenza e la spensieratezza delle piccole generazioni.

Bambine -modelle, bufera su Vogue


Vogue Paris January Issue-Cadeaux-Nothing Less Than Pedophilia January 8, 2011

Pedoweb

".......paradossalmente vorrei tanto che fosse fatta una mostra pubblica delle foto e dei film pedopornografici sequestrati dalla polizia, perchè tutti possiate osservare, vedere, schifarvi, impressionarvi, avere gli incubi la notte per giorni dopo aver visto cosa patisce la psiche ed il corpo di un bambino o una bambina sottoposti a violenze sessuali e non solo; perchè possiate notare la totale apatia e la soddisfazione negli occhi dei loro abusanti; perchè possiate notare che quelle bambine e quei bambini sono assolutamente come i nostri, siano essi bianchi o neri o di qualsiasi razza e colore, sono figli nostri, della nostra umanità...


















































































U

na grossa operazione internazionale contro la pedopornografia è stata coordinata dalla procura di Venezia. I magistrati del capoluogo veneto hanno richiesto l'aiuto dell'Europol per intervenire in almeno 30 Paesi del mondo, tra cui Brasile, Francia, Giappone, Polonia, Portogallo, Turchia e Stati Uniti. In totale sono stati cancellati 300 domini con oltre 700 indirizzi web. In Italia, un centinaio di siti è stato vittima degli attacchi criminosi da parte degli "hacker pedofili": gli investigatori sono intervenuti per depurare gli spazi web infettati, accertando l'assoluta estraneità dei gestori dei siti violati. Gli hacker, infatti, infettavano i siti con un software tramite il quale l'utente veniva reindirizzato a pagine Internet che ospitavano materiale pedopornografico. Le indagini sono ancora in corso per identificare i produttori e i commercianti delle immagini, e le piccole vittime.


L'indagine è partita nel 2009 grazie alla segnalazione di una nonna che, navigando sul Web per cercare un regalo per i nipoti, si era inconsciamente collegata a siti di pedofili.


La pedofilia on line è un cancro che va combattuto: «ha un giro d'affari di 3 miliardi di euro l'anno ed è ormai una delle maggiori fonti di arricchimento per la criminalità»: lo ha detto il ministro dell'Interno, Roberto Maroni presentando a Roma, assieme alla collega di governo e ministro della Gioventù Giorgia Meloni, la seconda edizione del progetto «Non perdere la bussola» promosso da Google, YouTube e polizia postale per insegnare ai ragazzi un uso consapevole del web. «Noi - ha sottolineato Maroni - siamo all'avanguardia nel contrasto a questo fenomeno grazie alla polizia postale. Ogni giorno - ha aggiunto - aprono 100 nuovi siti pedopornografici e la polizia postale ne ha monitorati oltre 300mila in dieci anni, chiudendone molti».

In Belgio individuati 134 preti pedofili

La Conferenza episcopale del Belgio ha identificato ufficialmente 134 preti pedofili, ma di questi solo 21 sono stati poi condannati e sono finiti in carcere. Lo rivela il quotidiano belga Le Soir, che ha preso visione del rapporto consegnato dalla stessa Conferenza episcopale alla commissione parlamentare che si occupa dei casi di abusi sessuali nella Chiesa.

Dei 134 preti pedofili identificati, accusati di aver commesso abusi su minori a partire dagli anni '60, 90 sono ancora in vita. Ma la cifra di 134, secondo Le Soir, non tiene conto di una cinquantina di denunce presentate dopo il caso delle dimissioni del vescovo di Bruges accusato di aver abusato del nipote. Stando al rapporto citato dal quotidiano, tra i preti colpevoli di pedofilia solo 22 (16%) sono stati sospesi definitivamente dalle loro funzioni e soltanto 21 (15%) sono stati condannati da un tribunale e sono stati messi in carcere. L'arcivescovo Andrè-Joseph Leonard, primate del Belgio, in un'intervista all'emittente televisiva Vtm, non ha escluso la possibilità di indennizzare le vittime. "Non è escluso che possiamo essere volontariamente solidali con queste persone, ha detto l'arcivescovo, sottolineando che "potrebbe trattarsi di compensazioni finanziarie".

In Belgio individuati 134 preti pedofili
ma solo ventuno finiscono in carcere

giovedì 20 gennaio 2011

CRIMINI INDICIBILI


Nel 1997 il Vaticano esortò i vescovi dell’isola a non denunciare alle autorità civili i preti pedofili, nel rispetto del diritto canonico. È scritto in una lettera del 31 gennaio, firmata dal nunzio apostolico Storero, pubblicata dal New York Times e dall’Associated Press. La direttiva è stata scoperta dagli autori di Crimini indicibili - Unspeakable Crimes - un docu-film proiettato martedì alla tv irlandese Rte in cui tra le altre cose si cita un vescovo che ha definito il testo «un mandato a nascondere i presunti crimini commessi da un prete». Nel 1997, sul trono di Pietro sedeva Karol Wojtyla, mentre il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede era Joseph Ratzinger.

La politica di denunciare obbligatoriamente tutti i casi di pedofilia nel clero locale, che la Chiesa irlandese vuole attuare, è contraria al diritto canonico. Questo ha stabilito in Vaticano la Congregazione del Clero e questo scrive nella lettera del ‘97 monsignor Luciano Storero avvertendo la Conferenza episcopale d’Irlanda. Il nunzio spiega che tale politica, caldeggiata in particolare dal primate irlandese, cardinale Cahal Daly, è solo un «documento di studio», non una normativa approvata dalla Santa Sede e raccomanda ai vescovi di seguire «meticolosamente» il diritto canonico in base al quale le accuse devono essere valutate all’interno della Chiesa. Vale a dire dal Papa, titolare del potere giudiziario, e dalla Congregazione per la dottrina della fede, la magistratura vaticana.

L’intenzione manifestata da Daly di denunciare alle autorità civili tutti i casi di abusi e molestie man mano “raccolti” dai suoi vescovi fu una delle conseguenze del grande scandalo che tra il 1994 e il 1995 aveva portato in tribunale con l’accusa di pedofilia circa 100 persone, tra preti e aderenti a ordini religiosi. Una vicenda che sconvolse l’Irlanda e fece vacillare sia la solida Chiesa locale che il rapporto di questa con il governo di Dublino. L’ondata d’indignazione popolare travolse infatti anche Albert Reynolds. Il premier che aveva contribuito alla storica tregua in Ulster, fu costretto alle dimissioni per aver nominato Harry Whelehan presidente dell’Alta Corte, la massima istanza giudiziaria del Paese, sebbene questi nel 1993 avesse ostacolato l’iter di estradizione in Nord Irlanda di Brendan Smyth, un prete cattolico condannato per pedofilia. Reynolds se ne va a “casa” alla fine del 1994 e la svolta dei processi del 1995 incoraggia le vittime irlandesi a uscire allo scoperto. Nei successivi 15 anni il tentativo delle gerarchie vaticane di mantenere sotto silenzio i crimini che si consumano nelle diocesi d’Irlanda si rivelerà vano. Ecco una breve sintesi dei fatti più significativi.

Nel 1998 due documentari televisivi denunciano la lunga storia delle violenze subite dai bambini nelle industrial school rette dalle Suore della Misericordia e dai Fratelli Cristiani. Sulla spinta emotiva di questi fatti, nel 2000 il governo di Dublino guidato da Bertie Ahern crea la Child abuse commission. La Cac si rivelerà un’arma estremamente efficace contro la pedofilia nel clero e la politica d’insabbiamento sistematico dei crimini avallata dal Vaticano e perseguita dai vescovi irlandesi nel rispetto del diritto canonico. È sotto l’egida di questa commissione che tra gli altri viene pubblicato il Rapporto Ryan, l’inchiesta che più di ogni altra ha contribuito a scoperchiare in tutta Europa il recente dramma della pedofilia nella Chiesa cattolica. Per capire cosa gli investigatori si trovano ad affrontare, basti ricordare le parole con cui il 26 novembre 2009 giudice Sean Ryan chiude l’indagine e presenta il Rapporto che porta il suo nome: «La violenza e gli abusi sono endemici alla Chiesa d’Irlanda». Del resto ha appena verificato percosse, violenze e umiliazioni su almeno diecimila bambini che si sono protratte sin dagli anni Trenta e fino agli anni Ottanta in oltre 100 istituzioni gestite da ordini religiosi.

Molti dei protagonisti di questa nuova profonda crisi irlandese sono degli insospettabili. Ad esempio, ben sei vescovi nel 2010 presenteranno le dimissioni a Benedetto XVI. Ma il primo a “cadere”, due mesi prima della pubblicazione del Rapporto Ryan, era stato l’ex segretario privato di ben tre papi (Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II) John Magee. Il 7 marzo 2009 dopo essere stato investito dall’inchiesta che ha toccato la sua diocesi di Cloyne, nel sud dell’Irlanda, il vescovo Magee chiede a Benedetto XVI di sospenderlo dall’incarico e di “commissariare” la diocesi. Joseph Ratzinger accetta le dimissioni di Magee il 24 marzo 2010. L’uomo di fiducia di Giovanni Paolo II oggi è vescovo emerito. Il primo maggio prossimo Karol Wojtyla sarà beatificato.


IL PARADISO DEI PEDOFILI


Aumenta il numero dei pedofili sranieri che si recano nelle remoe regioni di ingaraja, Buleleng e Karangasem, a Bali: 74 bambini vittime di violenza sessuale solo a settembre dello scorso anno.

A Bali agisce il racket australiano della pedofilia: ricorre anche a finte adozioni di bambini da famiglie poverissime, per poi sottoporli ad abusi sessuali. E un nutrito gruppo di australiani residenti nell'isola organizza tour incentrati sul sesso con i minori, al punto che Bali e' stata identificata come “rifugio sicuro” per i pedofili con un numero crescente di 'clienti', indipendenti e organizzati, che visitano l'isola o vi si insediano con il solo fine di abusare di bambini.

''La differenza tra il pedofilo e il violentatore corrisponde a quella tra proporre e imporre” teorizzava nel 1996 William Andraghetti, 40 anni, operatore turistico bolognese e pedofilo dichiarato, “il pedofilo propone un rapporto a un minore, che puo' accettare o rifiutare, mentre il violentatore si prende comunque il piacere con la forza''. Cinque anni dopo, dal palco del Congresso di Stoccolma, una ragazzina filippina spiegò: “Qui nelle Filippine la situazione è tale che per sopravvivere occorre prostituirsi. E questi bambini ne hanno bisogno, perché le famiglie non possono mantenerli. Ecco perché vanno con i turisti”.

Non esiste alcun bambino che entri coscientemente o liberamente nel commercio della prostituzione. Per attirare quelli che vivono sulle strade al pedofilo basta un dollaro; per altri è sufficiente un regalo alla famiglia, un televisore, un ventilatore. Per il reclutamento nei bordelli, poi, vale qualsiasi espediente, anche avere una relazione amorosa con la vittima e quindi venderla. O comprare la bambina direttamente dalla famiglia.

perch'è l'isola di Bali e il mondo Indonesiano?

APATHY, poverty, corruption and a convoluted bureaucracy are foiling efforts to combat child sex tourism in Bali, say Indonesian Child Protection Commission officials in the island province.

They complain of rising numbers of foreign pedophiles operating flagrantly, mainly in the remote, impoverished areas of Singaraja, Buleleng and Karangasem in Bali's east.

Bali police reported 74 child sex victims in the months to September last year, but figures for Singaraja, where several foreign pedophiles are jailed, are not yet recorded. In 2009 there were 32 victims in Buleleng alone, with about 200 overall.

Little wonder there is exasperation at low conviction rates. Thirteen pedophiles -- most foreign -- were convicted between 2001 and 2008, according to an Indonesian police report. Two were Australian -- former diplomat and AusAID worker William Brown, who committed suicide in 2004, and Philip Grandfield, still in jail.

Yet 150 pedophiles are estimated by the local Committee Against Sexual Abuse to be sexually exploiting children on the island.

CASA, which has the backing of provincial governor Made Pastika, was founded by Bali-based psychiatrist Ni Luh Suryani, one of many who say offences have proliferated in the past year.

"The police don't do surveillance because they prefer the children to report first, to give evidence. But the children don't like to report to police," Suryani says.

Increased cases of child sex tourism are attributed not just to poverty and bribery, but also to internet pedophile rings and weak local law enforcement.

Disclosure of abuse victims and unreliable records reflect these factors, says the head of the Indonesian Commission for Child Protection, Bali chapter, Anak Ayu Sri Wahyuni, whose office operates on a shoestring annual budget of 50 million rupiah ($5500).

"Though reports of child sexual abuse to police have increased since the implementation of a 2002 child protection law, the cases are just the tip of the iceberg," she says.

Paying police and villagers for protection, foreign pedophiles ingratiate themselves with families, buy food, small gifts, pay off loans and sponsor children's education .

"We think they [pedophiles] work underground like terrorism specialists for children. Local government and public awareness is not growing," Wahyuni says. "We think there is world network of organised pedophiles operating through social organisations in poor areas in Buleleng and Karangasem, and tourism areas."

Officials and non-government organisations also cite evidence of Western men, including Australians, marrying girls of 14 and 15, and engaging in polygamy.

As Bali's popularity surges after the 2002 and 2005 terrorist attacks, real estate demand and living costs are rising and the divide between rich and poor widens, rendering destitute locals more susceptible to Western predators.

A contributor to The Jakarta Post and a CASA investigator, Alit Kertaraharja, supplies information about pedophiles to police. His evidence led to the arrest of French pedophile Michel Heller in 2005. Kertaraharja says he saw Martial Juegler before his arrest driving busloads of children around Singaraja. He describes the methods pedophiles use to camouflage their motives. "Martial [who also used the alias Komang] spoke fluent Indonesian and Balinese . . . He was so [tanned], he looked like an Indonesian; he had integrated into society. People were not suspicious because of how he looked and spoke."

A cultural acceptance of child sex is another hurdle, Suryani says. "No one helps the victims and the police think sexual abuse of children is just normal."

Suryani has successfully lobbied foreign consulates for support but has faced opposition from tourism groups fearing the issue taints the island's image. Deputy head of the Indonesian Child Protection Commission in Bali, Luh Putu Anggreni, says protection money to police and uneducated villagers hamper arrests. "The pedophiles become village members and are seen as angels or Santa, because they help people by teaching English, buying food and housing. [Some] villagers . . . sell their children to abusers for money," Anggreni says.

Arrested offenders also allegedly pay police in exchange for light sentences, she says. "We are aware of increasing pedophilia networks in Karangasem, Singaraja, Sanur, Ubud , Denpasar, Kuta, Gianyar. We know there are many old men from Germany, Australia, Holland and France involved. They've moved from the beach areas to the mountains. They try to find remote areas," Anggreni says.

In tourist areas, hotel receptionists and tour operators naively allow street kids near hotels. "They think they [pedophiles] are being kind to the kids. It's very rare the children will speak about abuse.

"The men take them out for dinner, walk on the beach, swim, watch blue films. One child gets friends together and [then] they have sex. Some children enjoy it . . . Some are traumatised and some commit suicide."

Anggreni says police don't see sexual abuse of children as a "real" crime. In any case, victims' costs and the tortuous bureaucracy involved in an investigation ensures cases rarely see the light of day.

IF child sex offenders are often ignored in remote regions, it's little better amid Kuta's bars, or on beaches where Western men brazenly pair with children and teens.

Agustina Padatu, who runs a Kuta orphanage, Yayasan Permata Bali, for street kids from east Bali, says child sex offences in tourist areas also tend to be ignored by police. "No one is reporting organised child sex tours. Children from the age of nine are being offered R2m to R3m. They [the children] are happy to get the money and their parents want the money too."

There is organised sex trafficking to Bali, she says. "The children come from Java, Jakarta, Manado and Surabaya. They are promised restaurant or hotel jobs on good salaries. When they arrive they are used in the sex trade."

While the Indonesian government stepped up efforts to combat trafficking in line with the Anti-Human Trafficking Law in 2007 and amendments last year to punish sex offenders, the Indonesian Commission for Child Protection says implementation is not fully applied across the country.

AusAID provides support through its $21m anti-trafficking program, the Asia Regional Trafficking in Persons Project, in which Indonesia is a partner.

BERNADETTE McMenamin, national director of Child Wise, Australia's peak child protection lobby group, is scathing about what she describes as inaction by Australian Federal Police against Australian child sex offenders in Indonesia, where Child Wise has been working for 12 years.

The AFP travelled twice to Bali this year to assess the level of child sex tourism, a crime that carries a maximum jail term of 17 years for Australian offenders.

Commenting on the outcome, an AFP official says: "The AFP has not seen any anecdotal [or] official evidence to suggest a surge in child sex offenders from Australia travelling to Bali."

There is, however, recognition of the growing convergence between online crimes against children and child sex tourism. It is also preferred that "local jurisdictions . . . investigate and prosecute offenders", the AFP official says.

McMenamin says: "The government will not take responsibility for exporting sex offenders. All the cases prosecuted have come about through non-government organisations."

Project Childhood, designed by Child Wise and funded by AusAID to combat child sex tourism in Cambodia, Laos, Thailand and Vietnam, was dropped in Indonesia in 2009 "even though [AusAID] said this is the biggest destination for Australian child sex tourists", she says.

Foreign pedophiles have infiltrated schools, orphanages, street kids' centres and other development agencies overseas, McMenamin says.

"Our laws are good but they are not proactive about going after child sex offenders who travel, the locals are not educated enough to report concerns and judges are not enforcing the laws," she adds.

Child protection officials and Suryani have appealed through Inquirer for Australian government help to arrest offenders in Bali.

But Singaraja police are starting to piece together evidence of pedophile activity. Head of the police for the Protection of Women and Children in Singaraja, I Gusti Ayu Intayani, says Grandfield, who is in Singaraja jail, has friends linked to an organised child sex ring.

In addressing the poverty that makes such sexual exploitation possible, commitments ranging from housing to health education are being made by foreign NGOs.

The charity I'm an Angel, run by Asana Viebeke Lengkong, provides mobile health clinics, food and education supplies to remote areas in Karangasem.

An NGO that has had enormous social impact in the district of Ban is the East Bali Poverty Project, earning its founder, Briton David Booth, an MBE for services to help development in east Bali.

Pedophiles poison island paradise 08-01-2011

RAPPORTO PEDOFILIA

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