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“The Porn Myth”

San Francisco, Calif., ( CNA/EWTN News ) .- In 2013, Beyonce Knowles topped GQ’s list of “The 100 Hottest Women of the 21st Century.”  Th...

giovedì 31 maggio 2012

Schiave del sesso online





Tutte le settimane su internet compaiono decine di migliaia di nuovi annunci di offerte di sesso a pagamento. Almeno un quarto delle ragazzine straniere esibite su questa "vetrina" è vittima dei trafficanti di esseri umani. In altre parole, portate da altri Paesi e costrette a vendere il proprio corpo. Più della metà di queste offerte, inoltre, pubblicizza giovani donne con meno di 24 anni e nel 4 per cento dei casi si tratta di minorenni. Sono alcuni dei principali risultati di una ricerca pubblicati in esclusiva da 'l'Espresso'.

Uno studio di fine 2011 della University of Southern California, cita «il caso di una ragazzina di 14 anni reclutata attraverso Myspace. La ragazza, stando a quanto riportato, è stata costretta a prostituirsi in Arizona per sei mesi prima di essere soccorsa. E poi c'è il racconto di alcuni papponi in Indonesia, che postavano le foto delle loro giovani vittime su Facebook per attrarre potenziali clienti.

Per la giustizia si tratta di una nuova frontiera, ma stanno già arrivando le prime sentenze. L'università americana scrive che «nel novembre 2010 Marvin Chavelle Epps è stato condannato a scontare 12 anni e 7 mesi nella prigione federale per traffico sessuale di un minore. Stando ai documenti della Corte, Epps aveva contattato una 16enne attraverso Myspace, incoraggiandola ad andare a Sacramento, in California, per lavorare per lui e pubblicizzando quindi i suoi servizi sessuali su internet»

L'ultimo rapporto di Europol sulle minacce del crimine organizzato (scarica il pdf) ha dedicato una sezione intera proprio a «internet come facilitatore» di questi reati. Per gli investigatori la situazione sta diventando sempre più preoccupante perché «la percezione di anonimato e il vasto pubblico dei servizi online accrescono sia la riservatezza, sia la redditività di questi servizi». 


E le cose sembrano destinate a peggiorare. Scrive ancora Europol: «Ci sono indicatori secondo i quali l'uso di internet sta facilitando sempre più il commercio transnazionale di operatori del sesso, in collaborazione con fornitori di spazi web specializzati e amministratori». Stando all'ultimo rapporto nazionale olandese sul tema (scarica il documento in inglese) - l'ente governativo che rappresenta l'esperienza più avanzata di raccolta dati, studio e contrasto alla tratta - «il ruolo di internet nel traffico di esseri umani richiederà una grande attenzione nel prossimo futuro».

Secondo eCrimeIct, law and criminology, il gruppo di ricerca sulla eCriminology del dipartimento di Scienze giuridiche dell'Università degli Studi di Trento coordinato dal professore Andrea Di Nicola, il web viene utilizzato dai trafficanti in tre fasi: reclutamento, commercio, sfruttamento delle vittime. Nel primo caso «le chat e altre forme di pubblicità online sono i due metodi principali» e di solito sono impiegati siti di agenzie matrimoniali, escort, incontri, offerte di lavoro (come annunci per assistenza domiciliare agli anziani, cameriere, ragazze alla pari, modelle, ballerine, hostess).

In seguito le vittime possono essere vendute direttamente sul web, da trafficante a trafficante, oppure ai clienti finali. Ma le nuove tecnologie sono impiegate anche per il controllo. Infatti, proseguono i ricercatori trentini, «esistono casi in cui la minaccia di fare circolare rapidamente in rete o di spedire via e-mail a parenti e/o amici foto e video compromettenti è utilizzata come mezzo per mettere sotto pressione le donne». E poi ci sono esempi di uso di microspie per tenere d'occhio le ragazze durante il lavoro o di uso di immagini pornografiche che ritraggono le vittime sul web.



Il gruppo di eCrime - e in particolare, oltre a Di Nicola, i ricercatori Andrea Cauduro e Vincenzo Falletta - ha provato a stimare quante e quali sono le vittime in carne e ossa di questo traffico virtuale (questi studi finora si sono occupati solo delle rotte tradizionali). Il lavoro, intitolato 'Dal marciapiede all'autostrada digitale', è stato condotto fingendosi potenziali clienti di sesso a pagamento poco avvezzi all'uso della Rete e si basa su più di 500 annunci estratti casualmente tra i tanti pubblicati tra il 24 aprile il 3 maggio e riferiti a tutte le regioni italiane. I ricercatori sono convinti che il 23,9 per cento del campione analizzato in cui sono coinvolte donne straniere, e forse è una stima per difetto, è costituito da vittime in mano a trafficanti. E' probabile quindi che anche in tutti gli altri annunci la situazione sia simile e che una prostituta online su quattro, dunque, sia vittima di tratta. I ricercatori sono arrivati a questa conclusione analizzando soprattutto nazionalità, età e foto utilizzate negli annunci. Soprattutto nel caso di minorenni straniere pubblicizzate con immagini professionali, spiegano gli studiosi, «si può ipotizzare che il rischio che questo annuncio si riferisca a una vittima di tratta è molto alto». 

E tutto questo è ancora più allarmante se si pensa alle dimensioni del mercato del sesso a pagamento sul web, tanto che «nel breve periodo selezionato solo 30 annunci su 506 sono apparsi due volte in siti diversi per pubblicizzare la stessa ragazza/trans, mentre ogni giorno su questi portali sono comparsi migliaia di nuovi annunci». Il dato fa intuire la portata e la dimensione (probabilmente decine di migliaia di annunci) di questo fenomeno. 


Sesso, le schiave sono online

di Marco Ratti 31 maggio 2012

lunedì 28 maggio 2012

PORNO GENERATION 7


L’uso eccessivo dei videogiochi e il ricorso alla pornografia on line stanno danneggiando un’intera generazione di giovani e ragazzi, desensibilizzandoli alla violenza e influenzando negativamente la loro capacità di eccitazione sessuale.
E’ l’opinione di Philip Zimbardo, professore emerito della Stanford University, che assieme alla psicologa Nikita Duncan ha appena pubblicato un libro sull’argomento: ‘The Demise of Guys: Why Boys Are Struggling and What We Can Do About It’. 
“I giovani stanno diventando dipendenti dall’eccitazione, sia questa sessuale o di tipo violento, e per soddisfarla si rivolgono a videogame e pornografia in rete. Tutto ciò a scapito delle relazioni interpersonali e del loro impegno scolastico”, ha dichiarato Zimbardo, che aveva già delineato la sua teoria nel 2011 durante una conferenza TEDTalk. “Studi recenti hanno mostrato come un eccessivo ricorso alla pornografia può diventare un sostituto delle relazioni faccia a faccia, sia sessuali sia no".
"Similarmente - continua Zimbardo - alcuni studi sui videogiochi suggeriscono che certe persone si desensibilizzano alla realtà e alla violenza tramite essi. Data l’enorme diffusione di porno e videogame nelle nuove generazioni si rischia di andare incontro a un degrado delle relazioni interpersonali”.

"Videogame e porno, rovina di un'intera generazione" 26 maggio 2012


giovedì 24 maggio 2012

Prete Pedofilo abusò di un bambino di 12 anni


I fatti accaduti a Savona decenni fa sono lontani nel tempo ma il dolore è ancora di drammatica attualità. A distanza Francesco Zanardi, vittima di un prete pedofilo, ricorda con un miscuglio di rabbia e sofferenza quando, ad appena 12 anni, fu abusato da don Nello Giraudo

Giraudo ha recentemente patteggiato…«Sì riconoscendo il male fatto. Ma la mia battaglia non si ferma: vorrei che si riflettesse sulla responsabilità dei vescovi che si sono avvicendati alla guida della diocesi savonese. Erano i diretti superiori di Giraudo ma non hanno prestato ascolto alle voci che da tempo circolavano con insistenza».

La Cei però ha appena approvato delle regole che assicurano alle vittime tutta l’assistenza psicologica possibile. In più devono attivarsi all’interno della Chiesa per fare giustizia e punirli.

«E' una buona cosa in linea di principio. Ma secondo me i vescovi dovrebbero non limitarsi ai processi canonici, penso che dovrebbero collaborare attivamente con i magistrati italiani, scambiare con loro le informazioni che hanno. I pedofili vanno mandati in galera, e non solo ridotti allo stato laicale (quando accade)». 

La sua campagna dunque va avanti.
«Ci tengo a ricordare che l’8 maggio il gip di Savona, Fiorenza Giorgi, pur avendo archiviato per prescrizione del reato un procedimento contro l’ex vescovo di Savona, Dante Lanfranconi (ora a Cremona) ha riconosciuto che il prelato non ha vigilato abbastanza»

Cosa c’è scritto in quella ordinanza?
«Gliela leggo: ’la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini, dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose di Giraudo non fosse stata per nulla considerata. Da tali documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento assolutamente omissivo di Lanfranconi, risulta, è triste dirlo (è il magistrato a scriverlo) come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima, e come principalmente per tale ragione l’allora vescovo di Savona non avesse esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli».

Parole pesanti quelle scritte dal magistrato.«Eccome, ma aspetti che le leggo anche il seguito: ’è altrettanto triste osservare come, a fronte della preoccupazione per la fragilità e la solitudine di Giraudo e il sollievo che nulla è trapelato sui giornali, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti, a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue attenzioni».

A quanto risale questa ordinanza di archiviazione?
«All’8 maggio di quest’anno. Penso che sia importante sottolineare che per la prima volta un magistrato italiano, pur archiviando per prescrizione il caso, visto che i fatti si riferiscono a decenni addietro, affronta il problema della responsabilità del vescovo. Questo è il vero nodo sul quale si dovrebbe davvero riflettere, anche dal punto di vista giuridico».

L’anno scorso lei è arrivato in Vaticano per consegnare a Papa Ratzinger una lettera in cui oltre, a raccontargli la sua storia, chiedeva fosse introdotto l'obbligo da parte dei vescovi italiani di denunciare alla magistratura i casi di abusi di cui erano a conoscenza... «Servirebbe ad impedire quello che ho provato sulla mia pelle». 

Cosa è accaduto nel suo caso?
«Il sacerdote che mi ha abusato, Nello Giraudo, e che solo alcuni mesi fa ha patteggiato, ha ammesso tutto. Assieme a me c'erano altre vittime. Un caso orribile anche perché da anni giravano strane voci sul suo conto. Mi spiace dirlo ma quando leggo che la Chiesa sta facendo di tutto per combattere il fenomeno a me viene da ridere».

Guardi che la Chiesa di Papa Ratzinger è l’unica istituzione che sta facendo pulizia al suo interno, isolando le mele marce. Ha istituito tribunali, giudici, incoraggia indagini, ha inasprito le pene canoniche.«Nel mio caso posso dire che la Chiesa savonese ha difettato nell’intervento. I magistrati lo sanno».

Secondo lei ci sarebbe stato stato un problema di scarsa vigilanza?
«Nel mio caso si è trattato di questo. Del resto non mi stupisce leggere sulle linee guida della Cei appena approvate che i vescovi non hanno l’obbligo di denunciare i casi ai magistrati, nè di consegnare loro le prove in possesso. Pensi che le perquisizioni che sono state fatte nei locali della curia di Savona hanno portato alla luce lettere e carteggi interni alle autorità ecclesiali che mostravano una gestione propensa più a salvaguardare il buon nome della Chiesa che non ad assicurare alla giustizia civile il prete pedofilo». 

Può raccontare qualcosa della sua vicenda?
«E’ doloroso ma lo faccio volentieri se serve ad aprire gli occhi. Sono stato abusato da don Nello Giraudo agli inizi degli anni Ottanta. Avevo 12 anni. Ero affidato alle sue cure perché non avevo famiglia. Ero debole e indifeso».

Il sacerdote non venne isolato per evitare che potesse di nuovo molestare altri bambini?
«Non mi risulta».

E adesso?
«Mi resta la consolazione che don Giraudo ha patteggiato. Lui stesso, però, in aula ha parlato di vescovi che sono stati ciechi e sordi alle sue richieste di aiuto».

«Così quel prete pedofilo abusò di me bambino di soli 12 anni» 24 Maggio 2012


Porno Populismo


33 anni, si definisce di estrema sinistra, anti-religiosa e anti-capitalista, neo-staliniana, Céline Bara è un'attrice porno francese (180 film circa) e ha creato con suo marito (con cui era stata condannata a quattro anni di prigione per aggressione a un regista porno) il movimento politico MAL, con cui si candida alla prima circoscrizione di Ariège, in Francia.
Si ripromette di difendere la libertà individuale, i diritti dei membri della comunità lesbo, gay e transessuale, il diritto alla diversità e a una libertà sessuale, contro il razzismo e l'omofobia. Crede in un mondo senza religione. 
Intervistata da Plus, ecco alcune delle sue affermazioni:
"Comunista, credo che il denaro non debba essere una forza trainante nella vita".
Chissà come la pagano per le sue porno-prestazioni.


"Se fossi eletta penso che le mie priorità sarebbero quelle di affrontare la mancanza di mezzi di trasporto, la mancanza di medici nella mia regione, e vorrei garantire la presenza di servizi pubblici".
Sono stata in prigione, ho pagato la mia multa [...] è vero che quello che ho fatto è stato pesante, ma forse non tanto quanto quello che alcuni politici hanno potuto fare.
Lei e suo marito sono stati condannatti per aver aggredito un regista porno. 
Sulla sua pagina Facebook ieri aveva annunciato di essere stata censurata, poi in giornata il sito del suo Movimento è ritornato alla normalità. Lì, potrete vedere anche il video della sua campagna porno-populista.


Céline Bara, pornostar comunista alle legislative francesi 24 maggio 2012


Emanuela Orlandi fu rapita per festini a base di sesso


«E' un delitto a sfondo sessuale», sostiene il capo mondiale degli esorcisti, padre Gabriele Amorth. L'anziano sacerdote, molto stimato da Benedetto XVI, rivela a La Stampa una pista interna per la scomparsa nel 1983 della cittadina vaticana davanti alla chiesa di Sant'Apollinare, da poco riferita riservatamente ai familiari della ragazza.

«Come dichiarato anche da monsignor Simeone Duca, archivista vaticano, venivano organizzati festini nei quali era coinvolto come "reclutatore di ragazze" anche un gendarme della Santa Sede. Ritengo che Emanuela sia finita vittima di quel giro - spiega padre Amorth - Non ho mai creduto alla pista internazionale, ho motivo di credere che si sia trattato di un caso di sfruttamento sessuale con conseguente omicidio poco dopo la scomparsa e occultamento del cadavere». E ancora: «Nel giro era coinvolto anche personale diplomatico di un'ambasciata straniera presso la Santa Sede».

Una testimonianza che padre Amorth ha reso pubblica ora nel suo libro «L'ultimo esorcista» e che presenta tratti in comune con la lettera anonima arrivata alla madre di Emanuela Orlandi nella quale si riferisce di una trappola nella quale fu attirata la quindicenne nella sacrestia di Sant'Apollinare.

Monsignor Pietro Vergari, parroco della basilica negli Anni 80, continua a protestare la sua estraneità ai fatti («Sono tranquillo, non ho nulla da nascondere»), ma è considerato dagli inquirenti un elemento centrale nella sparizione.

«Nell'ispezione nella cripta non hanno trovato nulla se non appunto il corpo di De Pedis - afferma don Vergari -. Tutte quelle ossa ritrovate non sono altro che ossa antichissime, risalenti a secoli fa quando anche i laici venivano sepolti nelle chiese. Ora dicono che faranno indagini approfondite ma non vedo proprio che cosa possano trovare».

Il prelato è finito nel registro degli indagati della procura di Roma, per concorso nel sequestro della ragazza, in concomitanza di una perquisizione presso il suo domicilio nel corso della quale è stato sequestrato un computer. Vergari, già sentito nel 2009 come testimone a proposito del seppellimento del capo della banda della Magliana, De Pedis nella cripta di Sant'Apollinare, sarà presto convocato in procura per essere interrogato, questa volta nella veste di indagato, dai pm Capaldo Maisto. Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, ricorda che suor Dolores, la direttrice della scuola di musica frequentata dalla sorella nel palazzo di Sant'Apollinare, raccomandava alle studentesse di stare alla larga dal rettore della basilica.

Nell'inchiesta sulla scomparsa della figlia di un commesso pontificio, un gendarme vaticano è stato sentito in procura come persona informata dei fatti, mentre su una decina di ossa ritrovate a Sant'Apollinare sarà effettuato il test del Dna per compararlo con quelli della Orlandi e di Mirella Gregori, l'altra ragazza scomparsa 29 anni fa a Roma.

I resti saranno analizzati a Milano dagli esperti del Labanof, il Laboratorio di antropologia e odontologia forense. Il coinvolgimento di don Vergari apre scenari inquietanti. Osserva Pietro Orlandi: «Emanuela scomparve alla sette di sera. Mai sarebbe salita su una macchina con un sconosciuto. Se l'avessero presa con la forza, a quell'ora in pieno centro qualcuno se ne sarebbe accorto. L'ipotesi della basilica ha un senso. Se a Emanuela qualcuno avesse detto di seguirlo a Sant'Apollinare non si sarebbe insospettita. Un luogo sacro non dovrebbe spaventare nessuno».

Dunque potrebbe essere caduta in un tranello teso da qualcuno che era in rapporti con l'allora rettore della basilica. «Che a Sant'Apollinare ci fossero giri strani e gravitasse un pezzo di malavita romana, non solo De Pedis con cui don Vergari era in confidenza, è purtroppo qualcosa di risaputo», precisa Pietro Orlandi: «Le amiche della scuola di musica di Emanuela mi dissero che suor Dolores, la direttrice, non le faceva andare a messa o cantare nel coro a Sant'Apollinare ma preferiva che andassero in altre chiese proprio perché diffidava, aveva una brutta opinione di monsignor Vergari».

Per il momento gli indagati restano cinque: don Vergari, Angelo Cassani, Gianfranco Cerboni, Sergio Virtù e Sabrina Minardi.

Padre Amorth: "Orlandi, fu un delitto a sfondo sessuale" 22/05/2012


mercoledì 23 maggio 2012

FACEPORN Porno Social Networks


Il sito norvegese Faceporn, è un vero e proprio porno-social network dedicato al mondo del porno, che ospita foto e video gratuiti che gli utenti possono guardare, commentare, condividere o votare. Un paradiso, o un inferno, a seconda dei punti di vista, del sexting.
Facebook, forte del marchio registrato sulla parola “Face“, ha fatto causa al portale, presso il tribunale della California, per violazione del trademark chiedendo la cessione del dominio e il pagamento delle spese processuali sostenute da Facebook. Ma gli è andata male. Il giudice che si è occupato della causa, Jeffrey White, ha stabilito che la Corte non ha giurisdizione sul caso, visto che il sito è norvegese e che nessuno cittadino californiano è stato danneggiato o offeso in alcun modo da Faceporn
In nome del diritto alla libertà individuale e alla libertà di espressione, quindi, del diritto alla pornografia, esistono diversi porno-social networks, frequentati perlopiù da pornodipendenti e maniaci sessuali, ma del tutto legali, dedicati alla pornocultura.
Oltre a Faceporn c'è Zocku, è sviluppato da SocialGo, i cui membri possono creare i loro profili, blog e bacheche, condividere video, chattare, utilizzare tutte le funzionalità comuni di social networking , compresi i guadagni ricavati dalla pubblicità.
Red Light Social Center è invece una sorta di Second Life per adulti, con tanto di sexy-shop, nightclub, cinema a luci rosse, bordelli e alberghi a ore per appartarsi con le persone appena incontrate.Un ambiente porno-immersivo in 3d, popolato da porno-avatars che possono intrattenere rapporti hard. Basta scaricare il software gratuito, crearsi un porno-avatar e iniziare a esplorare le varie zone (modellate sul Red Light district di Amsterdam). Per avere accesso a tutti i contenuti bisogna acquistare un account Vip, disponibile per 20 dollari al mese.

La maggior parte degli utenti - spiegano i creatori del mondo virtuale - si reca su Red Light Center più per socializzare che per visualizzare filmati o immagini. Alla grande vanno anche i sex toys e la lingerie, che possono essere “provati” sull’avatar prima di decidere se acquistarli o meno. Altra attività preferita è la simulazione dei rapporti sessuali: “I nostri utenti possono partecipare ad attività sessuali senza limiti e senza alcun rischio. Se si ha immaginazione, si tratta di un universo pienamente soddisfacente e senza eguali”.


Faceporn vince il primo round contro Facebook 23 mag 2012

Social porno: ecco i social network del sesso 24 Ago 2009

Red Light Center, l’ultima frontiera del sesso virtuale 03 maggio 2007




martedì 22 maggio 2012

Cei e pedofilia: il documento

Secondo quanto previsto dall'attuale legislazione italiana e dagli accordi concordatari, ''i vescovi sono esonerati dall'obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragioni del proprio ministero''

E' quanto si legge nelle ''Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici'' presentate oggi in Vaticano dal segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata. ''Nell'ordinamento italiano - si spiega - il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale ne' di incaricato di pubblico servizio, non ha l'obbligo giuridico di denunciare all'autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti'' di abuso sessuale da parte del clero.

Quindi si specifica: ''eventuali informazioni o atti concernenti un procedimento giudiziario canonico possono essere richiesti dall'autorità giudiziaria dello Stato, ma non possono costituire oggetto di un ordine di esibizione o di sequestro''. Ancora si precisa che ''rimane ferma l'inviolabilità dell'archivio segreto del vescovo'', anche in questo caso ''devono ritenersi sottratti a ordine di esibizione o sequestro anche registri e archivi salva la comunicazione volontaria di singole informazioni''. Si afferma inoltre che ''nessuna responsabilità, diretta o indiretta, per gli eventuali abusi sussiste in capo alla Santa Sede o alla Conferenza episcopale italiana''. Infine si mette in luce che, comunque, ''risulterà importante la cooperazione del vescovo con le autorità civili, nell'ambito delle rispettive competenze e nel rispetto della normativa concordataria e civile''.

Malgrado l'assenza dell'obbligo di denuncia per i preti pedofili da parte dei vescovi, affermata nelle ''Linee guida'' della Cei sui casi di abusi su minori, il segretario generale dei vescovi, mons. Mariano Crociata, presentando il documento ai giornalisti ha rassicurato che, su questo tema, ''la cooperazione con la magistratura è un fatto ordinario''. ''E' chiaro a tutti noi vescovi - ha spiegato con mons. Crociata - che bisogna collaborare con le autorità civili'' ma, ha aggiunto, ''ciò non vuol dire che noi si possa operare in modo difforme da quanto prevede la legislazione''. ''I vescovi - ha detto il presule - hanno sviluppato una cooperazione davvero ordinaria con i magistrati italiani. Auspico che si sviluppi a tutti i livelli nelle nostre collettività, perché casi di abuso sui minori purtroppo sono numerosi in tanti ambienti''. ''Da parte nostra - ha assicurato - è in atto e c'è la massima collaborazione con i giudici''. Quando viene a sapere di un caso di abuso, ha spiegato il segretario della Cei, il vescovo ''può incoraggiare le vittime a rivolgersi alla magistratura''. La Cei ha scelto di non creare, come avvenuto in altri Paesi, la figura di un vescovo responsabile a livello nazionale per il dossier abusi. Per mons. Crociata, ''in Italia non c'è bisogno di un'autorità terza per seguire questi casi, il vescovo è responsabile di tutto nella propria diocesi anche in questo campo''.

Presentando le linee guida per i casi di abuso da parte del clero, il Segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, ha spiegato stamattina, durante una conferenza stampa in Vaticano, che in Italia i casi di pedofilia da parte di chierici fino ad ora registrati sono 135 nel periodo che va dal 2000 al 2011. Per quanto riguarda i procedimenti oggetto dell'intervento della congregazione per la dottrina della fede, ''ci sono state - ha detto monsignor Crociata - 53 condanne, 4 assolti e altri casi in istruttoria''. Sono invece ''77 le denunce alla magistratura: di queste due le condanne in primo grado, 17 in secondo, 21 sono i patteggiamenti, 5 gli assolti e 12 i casi archiviati''.

mercoledì 16 maggio 2012

Nove milioni di italiani vanno a prostitute


Sono lo stesso numero degli abitanti della Svezia. I recenti casi violenza e sfruttamento riaprono il dibattito sul mercato del sesso a pagamento. 

Donne obbligate a prostituirsi, schiave contro la propria volontà, oggetti di proprietà da vendere o mettere in palio. Ragazze minorenni gettate nel mondo del sesso a pagamento e costrette ad abortire quando capita “l’incidente”. Due casi di cronaca riportano l’attenzione sul tema della violenza nel mondo della prostituzione.
A Roma sono stati arrestati dai carabinieri otto rumeni, tre donne e cinque uomini, accusati di aver creato un’associazione criminale per la tratta degli esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione. La banda convinceva giovani connazionali a venire in Italia con la promessa di un lavoro, salvo poi privarle dei documenti e obbligarle a prostituirsi. Alcune donne sono state marchiate a fuoco, come il bestiame, con le iniziali del “proprietario”. Venivano anche usate come “posta” nel gioco d’azzardo. A Licata, in provincia di Agrigento, i militari dell’Arma hanno chiuso un night club dove, questa è l’accusa, veniva gestito un giro di prostitute rumene, anche minorenni. Una di loro sarebbe stata costretta ad abortire.
Il mercato del sesso in Italia si trova in un limbo tra legalità e proibizione. La legge non punisce penalmente la prostituzione, ma condanna il favoreggiamento, l’induzione, lo sfruttamento, la prostituzione minorile. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Delle 50-70 mila prostitute presenti in Italia (dati del 2010 forniti dalla commissione affari sociali della Camera), il 65% esercita in strada, una percentuale che oscilla tra il 5 e il 10% è vittima dello sfruttamento e le minorenni sarebbero addirittura tra il 10 e il 20% (dati del Gruppo Abele di don Ciotti). Il numero dei reati subiti dalle prostitute, al netto di sfruttamento e violenze da parte dei “papponi”, è impressionante: furti, rapine, pestaggi, stupri, omicidi. Non esiste un dato aggregato, ma anche solo guardando le notizie di cronaca nera – e molti reati non vengono denunciati e quindi scoperti - emerge una situazione preoccupante. Anche da un punto di vista sanitario la mancanza di controlli crea numerosi problemi: su nove milioni di clienti, un’ampia maggioranza chiede di non usare il preservativo (addirittura l’80% secondo i dati del Gruppo Abele). E tra le prostitute, specie a seguito dell’ingresso nel mercato di moltissime stranieri irregolari, aumentano i casi di Hiv, senza contare le malattie sessualmente trasmissibili meno gravi ma più diffuse.
Per far fronte ai problemi di sfruttamento, criminalità, degrado urbano e allarme sanitario, altri Stati europei hanno adottato un modello “regolamentarista” della prostituzione. Il caso più noto è quello dell’Olanda. Qui la prostituzione non è mai stata penalmente perseguibile, ma dal 2000 è divenuta un’attività perfettamente legalizzata ed è diventato legale anche aprire “case di tolleranza”. Le prostitute devono aver compiuto i 18 anni di età e devono essere residenti regolarmente in Olanda. L’attività viene controllata dalla polizia, dal fisco e dai servizi sanitari. I comuni decidono quali zone adibire all’esercizio della prostituzione e la polizia le presidia per evitare episodi di microcriminalità. Ad esercitare in strada è una esigua minoranza (meno del 5%). Non tutto funziona perfettamente, l’attività per sua natura è difficile da regolamentare, specie ai fini fiscali. Sacche di sfruttamento permangono, ma potendosi concentrare su queste l’attività di polizia è più efficace.
Anche la Spagna, paese di tradizione cattolica come l’Italia, ha regolamentato il mercato del sesso, anche se con qualche ripensamento. Nel 1995 il governo socialista di Felipe Gonzalez Marquez decise la depenalizzazione delle attività collaterali alla prostituzione, creando di fatto una situazione di tolleranza anche per i bordelli. Nel 2003 il governo popolare di Felipe Aznar cancellò la depenalizzazione, ma molte autonomie locali decisero di proseguire il percorso iniziato nel 1995 provvedendo a regolamentare lo svolgimento dell’attività al chiuso. Oggi in Spagna da un lato si cerca di contrastare la prostituzione su strada (una recente legge catalana in materia ha sollevato un aspro dibattito), dall’altro si vanno diffondendo locali a luci rosse, noti come “casas de alterne” o “club”. A Valencia, notizia recente, una scuola per prostitute (l’Academia del placer) ha lanciato lo slogan “Se sei giovane e non trovi lavoro, diventa prostituta”, facendo nascere una polemica. In ogni caso, nei “club” l’uso del preservativo è obbligatorio e sono garantiti controlli di ordine pubblico e di carattere sanitario. Rimangono però dei problemi di evasione fiscale e sporadici fenomeni di “tratta” di esseri umani.
Il paese con il maggior numero di prostitute in Europa, secondo le stime, è la Germania dove sono circa 400mila. Nel 2002 è stato depenalizzato il favoreggiamento, e la prostituzione è stata equiparata a un qualsiasi altro lavoro. Chi si prostituisce può scegliere un inquadramento da lavoratore autonomo o dipendente, deve pagare le imposte sul reddito e l’Iva, e le case di appuntamenti sono imprese registrate. Sono obbligatori i controlli sanitari e l’uso del preservativo. Visto il numero elevato di soggetti coinvolti nel mondo della prostituzione rimangono problemi di attuazione della legge, e i pagamenti in contanti favoriscono l’evasione. Per questo alcune amministrazioni locali chiedono come tassa una somma forfettaria. I comuni hanno inoltre la facoltà di vietare la prostituzione in specifiche aree.
Oltre a questi, altri Stati in Europa (Ungheria, Austria, Grecia, Lettonia, Svizzera e – in parte – l’Inghilterra) hanno adottato diverse forme di regolamentazione. Diametralmente opposto l’approccio alla prostituzione nei paesi scandinavi, noto anche come modello “neo-proibizionista”. Nato in Svezia nel 1999, e successivamente adottato da Islanda prima e Norvegia poi (2009), si fonda sull’idea che la prostituzione è sempre una violenza dell’uomo sulla donna, anche quando questa afferma di essere consenziente. La conseguenza è la criminalizzazione del cliente e non della prostituta (come invece accade in molti Stati dell’est Europa), anche attraverso un forte stigma sociale: chi viene sorpreso a ricercare sesso a pagamento viene pedinato e fotografato, gli viene spedita una lettera a casa e al processo viene fatto sedere al fianco degli eventuali sfruttatori, per fargli capire da che parte ha deciso di stare. Questa politica repressiva sembra funzionare, anche perché gode dell’appoggio di quasi l’80% dei cittadini (che a proposito si sono espressi in ben 5 referendum): il fenomeno della prostituzione è praticamente scomparso, spostandosi negli Stati vicini.
Quale che sia il modello che si decide di scegliere, regolamentarista o neo-proibizionista, di sicuro va accantonato quello attualmente in vigore in Italia (chiamato “abolizionista”). Il prezzo che viene pagato alla criminalità, alla violenza, al degrado e alla diffusione delle malattie è molto più alto che non dove si è deciso di operare una scelta netta. Certo, da un lato il modello regolamentarista trova un ostacolo quasi insormontabile nell’opposizione della Chiesa e nella “morale pubblica” italiana. Dall’altro il modello neo-proibizionista si scontra col fatto che i paesi scandinavi hanno una cultura e un tessuto sociale non comparabili all’Italia. Senza contare che il numero di italiani che hanno rapporti sessuali regolari con prostitute (per passare alla “morale privata”) è uguale al numero degli svedesi. Di tutti gli svedesi: 9 milioni.


martedì 15 maggio 2012

People See Sexy Pictures of Women as Objects, Not People


Perfume ads, beer billboards, movie posters: everywhere you look, women's sexualized bodies are on display. A new study published in Psychological Science, a journal of the Association for Psychological Science, finds that both men and women see images of sexy women's bodies as objects, while they see sexy-looking men as people.

Sexual objectification has been well studied, but most of the research is about looking at the effects of this objectification. "What's unclear is, we don't actually know whether people at a basic level recognize sexualized females or sexualized males as objects," says Philippe Bernard of Université libre de Bruxelles in Belgium. Bernard cowrote the new paper with Sarah Gervais, Jill Allen, Sophie Campomizzi, and Olivier Klein.
Psychological research has worked out that our brains see people and objects in different ways. For example, while we're good at recognizing a whole face, just part of a face is a bit baffling. On the other hand, recognizing part of a chair is just as easy as recognizing a whole chair.
One way that psychologists have found to test whether something is seen as an object is by turning it upside down. Pictures of people present a recognition problem when they're turned upside down, but pictures of objects don't have that problem. So Bernard and his colleagues used a test where they presented pictures of men and women in sexualized poses, wearing underwear. Each participant watched the pictures appear one by one on a computer screen. Some of the pictures were right side up and some were upside down. After each picture, there was a second of black screen, then the participant was shown two images. They were supposed to choose the one that matched the one they had just seen.
People recognized right-side-up men better than upside-down men, suggesting that they were seeing the sexualized men as people. But the women in underwear weren't any harder to recognize when they were upside down -- which is consistent with the idea that people see sexy women as objects. There was no difference between male and female participants.
We see sexualized women every day on billboards, buildings, and the sides of buses and this study suggests that we think of these images as if they were objects, not people. "What is motivating this study is to understand to what extent people are perceiving these as human or not," Bernard says. The next step, he says, is to study how seeing all these images influences how people treat real women.

People See Sexy Pictures of Women as Objects, Not People; Sexy-Looking Men as People May 15, 2012


PORNO GOOGLE 2


La battaglia legale era iniziata nel lontano 2004, quando Google finiva nel mirino di Perfect 10, società specializzata nella distribuzione di contenuti per adulti. Il colosso di Mountain View era stato accusato di aver lucrato sulla proliferazione selvaggia di immagini protette dal copyright, indicizzate attraverso il servizio di ricerca di immagini, con tanto di link a siti terzi.

Condannata in primo grado, la Grande G era stata liberata in appello grazie al principio anglosassone del fair use. L'indicizzazione di almeno 3mila immagini pruriginose sarebbe legittima data la "grande utilità pubblica" del motore di ricerca offerto dall'azienda californiana che non potrebbe essere considerata direttamente responsabile delle attività illecite dei vari siti erotici pirata.

I rappresentanti legali delle due parti in causa hanno ora annunciato la fine del contenzioso, che verrà a cadere senza possibilità di essere riaperto in futuro. Perfect 10 ha infatti rinunciato a "qualsiasi azione futura nei confronti di Google", ovvero sulla base delle richieste di rimozione inviate a Mountain View secondo i dettami legislativi del Digital Millennium Copyright Act (DMCA).


C'è chi ha sottolineato come si tratti di una rinuncia strategica per i vertici della società statunitense. Il giudice d'appello aveva infatti chiesto a Perfect 10 di aprire i suoi archivi per offrire una panoramica dettagliata su tutte le comunicazioni interne relative al caso contro BigG. Definita da molti un "troll del copyright", l'azienda di Norman Zada potrebbe così avere qualcosa da nascondere agli occhi dei giudici a stelle e strisce.

Google, pace sulle pornoimmagini 11 maggio 2012


lunedì 14 maggio 2012

PORNO REVOLUTION 6


Film e video porno hanno un impatto fortissimo sule nostre vite. A dimostrarlo, una indagine del dipartimento di Psichiatria dell'Universita' di Sydney che ha studiato le modifiche nel comportamento conseguenti alla fruizione di materiale pornografico.
La ricerca ha rilevato che il 20 per cento degli 800 partecipanti al test preferisce eccitarsi con il proprio partner guardando un porno. Il 43 per cento ha iniziato a fruire dei film porno tra gli 11 e i 13 anni e il 47 per cento dedica all'attivita' tra i 30 minuti e le tre ore al giorno. "Ma - ha spiegato Gomathi Sitharthan, tra i responsabili dello studio in fase di elaborazione e riportato dal Sydney Morning Herald - solo il 30 per cento e' consapevole di come la tenuta sul lavoro e nella vita sia influenzata negativamente dall'eccesso di fruizione mentre circa il 18 per cento si e' detto preoccupato delle numerose fantasie che gli balzavano in mente durante la giornata. 
Il punto piu' interessante che abbiamo rilevato e' che la dipendenza dal porno e' spesso, come dire, "ignorante", cioe' non e' consapevole. La maggioranza delle persone la ritiene assolutamente normale e, nel frattempo, perde risorse economiche acquistando innumerevoli video online e impiega tempo e attenzione, tolti all'efficienza quotidiana".
 Con un paradosso, i piu' vulnerabili sono quelli piu' restii a curarsi, quando il problema aumenta a livelli preoccupanti. "I piu' a rischio "addiction" sono proprio i moralisti che hanno piu' paura e reticenza a confessare la propria dipendenza, finendo per alimentarla costantemente".

Sesso: studio, il porno ha un forte impatto nella vita sociale 14 MAGGIO 2012 


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