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School sex crimes up by 255 per cent, porn culture to blame

Reports of sex offences in schools continue to rise, according to police figures obtained by a Tes investigation

martedì 25 giugno 2013

Scandalo pedofilia, quattro sacerdoti coinvolti

Trema Città del Vaticano. Ipocentro del sisma è la voce dell'ex sacerdote Patrizio Pozzi. L'ex parroco, che ha già scontato una pena di 5 anni per pedofilia, ha deciso di parlare, dopo che gli è stato impedito di tornare nei suoi "ranghi". Pozzi ha fatto dei nomi di persone coinvolte nello scandalo. Nel registro degli indagati sono stati iscritti quattro sacerdoti, tra cui un monsignore, segretario di un vescovo, e un militare che reclutava bimbi.
La procura di Roma sta verificando le accuse dell'ex parroco. L'inchiesta indaga su un giro di violenze sessuali da parte di prelati di alto livello e di sfruttamento della prostituzione minorile. A confermare la versione di Pozzi c'è anche un giovane, vittima di abusi, che qualche mese fa ha accompagnato in caserma l'ex prete confermando i fatti.

Come scrive Il Messaggero, Pozzi ha deciso di parlare una volta che, scontata la pena, ha chiesto di rientrare ad operare. Richiesta negata con conseguente denuncia. Secondo la versione del prete ad accompagnare i ragazzi sarebbe un carabiniere. E in effetti il militare in questione, durante i pedinamenti, avrebbe accompagnato un giovane in una chiesa romana. Anche se ancora non è stato verificato per quale motivo.

Scandalo pedofilia, quattro sacerdoti coinvolti 25.6.2013


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lunedì 24 giugno 2013

Quei pedofili tutti scuola e chiesa

Due uragani hanno travolto la scuola ticinese. Lo scorso 7 giugno un ex maestro di scuola elementare, attivo in un istituto del Luganese, è stato condannato a 9 anni di carcere da espiare per aver abusato di 12 allievi (si parla di almeno 60 atti sessuali con fanciulli perpetrati sull’arco di un decennio). E si avvicina l’ora del giudizio anche per Flavio Bomio, il 70.enne ex presidente della Società di nuoto Bellinzona – e docente di scuola media in pensione – accusato di aver abusato sessualmente di decine di suoi atleti (il processo alle Assise criminali prenderà il via lunedì 5 agosto). Come ha reagito il mondo scolastico a questi gravi episodi? E, più in generale, quali strategie ha adottato per contrastare le violenze sui minori? Ce lo siamo chiesti mentre ieri agli Stati si discuteva dell’iniziativa popolare «Affinché i pedofili non lavorino più con fanciulli.
«In seguito a questi terribili episodi di cronaca, la scuola ha cominciato ad interrogarsi su come perfezionare le procedure di collaborazione con polizia e procura», afferma Emanuele Berger, direttore della Divisione della scuola e coordinatore del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport. A breve si terrà un incontro tra Governo, autorità scolastiche e il procuratore generale John Noseda focalizzato sul tema dello scambio di informazioni. Lo scopo è quello di capire cosa fare con esattezza in caso emergano dubbi intorno alla figura di un docente. «È chiaro, al minimo sospetto di abusi fisici o morali si deve intervenire», sottolinea il nostro interlocutore. «La prima cosa da fare è la denuncia. Ma si tratta di una materia delicata, complessa. È necessario considerare la tutela delle persone, insegnanti compresi, in modo da evitare una dolorosa caccia alle streghe»...
Nel 2010 i media avevano segnalato la presenza in Svizzera di 60 casi di pedofilia tra gli operatori pastorali elvetici, due dei quali concernenti la Svizzera italiana. Intervistato dal «Giornale del Popolo», il vescovo Pier Giacomo Grampa aveva detto: «Nei 6 anni del mio servizio episcopale non c’è stata la necessità di nessuna segnalazione. Penso che i due casi a cui si riferisce siano antecedenti e entrambi già regolati da processi, condanne, magari con la condizionale, pene da affrontare e vorrei che non se ne parlasse più visto che sono stati saldati i conti con la giustizia. Certo rimane l’impegno di vicinanza e assistenza alle vittime». In ogni caso in seguito la Diocesi di Lugano ha istituito una «Commissione abusi sessuali» di cui fanno parte tre personalità qualificate: lo psicologo e psicoterapeuta Dante Balbo, il sostituto magistrato dei minorenni Fabiola Gnesa e lo psichiatra Graziano Martignoni (come riferisce l’Annuario della Diocesi 2013). «Alla Commissione – aveva spiegato nella stessa intervista il vescovo – chiedo di assicurare un sostegno psicologico sia alle vittime, sia a chi si è reso colpevole. Domando pure a questi esperti di dare indicazioni per il cammino formativo dei futuri preti, al riguardo del quale ritengo importanti la presenza di corsi specifici relativi a questa problematica, un esame preventivo dei candidati da parte di psicologi di fiducia, una particolare attenzione e un approfondito esame prima di ammettere dei candidati agli ordini sacri. È pure importante proporre al clero corsi di formazione e di aggiornamento con particolare attenzione pure a queste tematiche». 


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PORNO KINECT

Non è la prima volta che si parla di Kinect e pornografia all'interno di uno stesso contesto. Fin dal suo debutto, infatti, il poderoso "occhio" creato da Microsoft è stato spesso utilizzato dagli sviluppatori di mezzo mondo per creare giochi e applicazioni di sesso virtuale . 
Questa volta, però, non c’è di mezzo il solito giochino un po’ spinto, ma qualcosa di più ambizioso e per certi versi artistico: il primo vero film interamente girato con una Kinect.
L’idea è balenata a un certo Alejandro Gomez-Arias, artista spagnolo che ha deciso di girare un cortometraggio a sfondo hard utilizzando una Kinect in abbinamento a un software di modellazione 3D . Ottenendo un risultato piuttosto sorprendente.
Love is All, questo il nome della singolare pellicola a luci rosse, non è infatti il classico porno patinato ma un vero e proprio esperimento digitale a luci rosse. Sfruttando una tecnica chiamata "luce strutturata", attraverso la quale Kinect è in grado di valutare la posizione delle persone davanti a sé, i due protagonisti del film sono stati trasformati in un reticolo di puntini color carne disposti in poligoni scheletrici in uno sfondo di color nero. L’occhio indiscreto di Microsoft, in pratica, è stato in grado di proiettare un disegno geometrico a luce infrarossa davanti alla zona di scansione, in modo da poter rilevare le deformazioni del modello ogni qual volta colpiva oggetti nello spazio.

Porno: ecco il primo film girato con Kinect 17-06-2013


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domenica 23 giugno 2013

Il dramma delle spose bambine

Quante bambine e ragazze adolescenti sono pronte per il matrimonio? Eppure la pratica è incredibilmente diffusa: una ragazza su nove, nei paesi in via di sviluppo, è già sposata prima di compiere 15 anni, secondo le Nazioni Unite. Si stima che ci saranno circa 14,2 milioni di nuove spose bambine ogni anno da qui al 2020. 

Spinti in gran parte da povertà e tradizioni culturali, questi matrimoni sono di solito organizzati dai membri della famiglia. Le conseguenze fisiche ed emotive possono essere dirompenti, anche mortali. Stephanie Sinclair, fotografa vincitrice del Premio Pulitzer, ha documentato matrimoni di bambine in tutto il mondo per più di un decennio. Il suo lavoro, che è stato raccolto in unr eportage pubblicato da National Geographic nel 2011, ha contribuito ad aumentare la consapevolezza di questo fenomeno e a sensibilizzare comuni cittadini e leader mondiali. Abbiamo intervistato Sinclair a seguito di un recente convegno organizzato dalla Commissione sullo stato della donna (CSW) delle Nazioni Unite. 

Qual è l'aspetto più
allarmante di questi matrimoni?

Penso che la cosa da cui dobbiamo partire è che nella maggior parte dei casi queste bambine non vogliono sposarsi. Vogliono una vita normale. Vogliono giocare con i loro amici, vogliono ricevere un'educazione completa e avere una piena adolescenza. Questi matrimoni svestono tante ragazze della loro innocenza spesso prim'ancora della pubertà, e questo è intollerabile in una società globale come la nostra. Questi matrimoni non sono dannosi soltanto per le bambine coinvolte. Sono alla radice di tanti altri mali sociali: la povertà, le malattie, la mortalità materna, la mortalità infantile, la violenza contro le donne. Sono tutti sintomi diversi connessi allo stesso male. Risolvendo il problema dei matrimoni precoci e forzati anche tutte queste altre questioni ne beneficieranno. Come ha detto qualcuno durante il convegno CSW: cerchiamo di essere onesti, quando una bambina di otto anni fa sesso con un ventenne, è stupro. È stupro di minori. È qualcosa che non possiamo accettare.

È cambiato qualcosa dal reportage pubblicato su National Geographic nel 2011? Sono stati fatti maggiori sforzi per fermare questi matrimoni?

All'uscita del servizio non c'era lo stesso tipo di consapevolezza pubblica che c'è adesso sulle spose bambine. Poco dopo, The Elders, un gruppo indipendente di leader mondiali che si occupa di pace e diritti umani, ha preso a cuore la questione formando Girls Not Brides, un'associazione che conta oggi più di 200 volontari con base in Africa, Sud Asia, Medio Oriente, Europa e Nord America, uniti dall'impegno comune di porre fine a questi matrimoni precoci e forzati.

La mia agenzia di foto, VII, ha poi collaborato anche con il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA) per una campagna di due anni sul tema, che ha preso il via con una grande mostra presso la sede delle Nazioni Unite a New York l'11 ottobre 2012, in occasione della prima Giornata Internazionale delle Bambine e delle Ragazze. Le mie fotografie sono state incluse nel report dell'UNFPA pubblicato quel giorno, dal titolo "Marrying Too Young". Ora sto continuando a produrre nuovi lavori sul tema con il contributo della collega e regista Jessica Dimmock. Abbiamo un blog sul sito web della nostra campagna,tooyoungtowed.org, e pubblicheremo altre storie e aggiornamenti sugli spostamenti della mostra itinerante in giro per il mondo.

Cos'altro si può fare?

È necessario un approccio multiforme per affrontare la questione del matrimonio precoce. L'istruzione è ancora la difesa migliore. Il che significa mantenere i figli a scuola il più a lungo possibile, così come educare le comunità sull'impatto nocivo del matrimonio precoce sulla salute delle loro ragazze, le loro nipoti, e le loro società nel complesso. Sono fermamente convinta che non vi sia solo la necessità di azioni di sensibilizzazione e di prevenzione, ma si debba trovare anche il modo di aiutare le ragazze che sono già state costrette in questi matrimoni, attraverso incentivi finanziari alle loro famiglie per far loro proseguire gli studi, o tramite corsi di formazione professionale in modo che possano avere una maggiore voce in capitolo nella propria vita e in quella delle loro famiglie. Un trattamento medico di qualità è altrettanto necessario per le ragazze costrette a partorire in giovane età. Queste ragazze hanno bisogno di soluzioni a lungo termine.

Purtroppo, non vi è alcuna soluzione rapida. Ma sembra che ci sia un crescente movimento mirato a porre fine al matrimonio precoce. Pochi mesi fa, l'ex segretario di Stato Hillary Clinton ha annunciato la nascita di un programma pilota in Bangladesh, finanziato dall'Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID), che coinvolgerà leader religiosi, media, governi e ONG locali. L'arcivescovo Desmond Tutu, presidente di The Elders, ha annunciato un obiettivo molto ambizioso: porre fine a questa pratica entro il 2030. Se il problema rimarrà una priorità a livello mondiale, riusciremo a rispettare tale termine. Modi per farlo ci saranno sempre. Bisogna solo essere creativi. Molte iniziative hanno preso il via, ora si tratta di mantenere lo slancio.

Come pensi di continuare a occuparti di questo problema?

Sono appena tornata dalla Tanzania, dove con Jessica Dimmock stiamo raccogliendo informazioni sulle ripercussioni sanitarie nelle giovani spose. Ci torneremo tra circa due settimane. Stiamo mettendo insieme materiali per un report delle Nazioni Unite. Ci stiamo concentrando sul problema della fistola, che è solo uno dei tanti problemi di salute che colpiscono le spose bambine, assieme al prolasso uterino e la rottura dell'utero. Quando ero in Yemen ho intervistato un ginecologo donna che mi ha detto: "Quando le ragazze nel vostro paese sono all'inizio della loro vita, le ragazze nel nostro paese sono alla fine".

Hai sentito le storie personali di molte spose bambine. Ce n'è una che ti ha particolarmente colpito?

Sono tutte strazianti, ma probabilmente quella che mi ha segnato di più è stata la storia di Tahani. Aveva otto anni quando l'ho incontrata, e due anni prima, a sei anni, si era sposata con il suo marito venticinquenne a Hajjah, in Yemen. Appare anche nel video che abbiamo girato all'epoca del reportage, "Too Young To Wed".  Anche se era giovanissima - non le erano ancora cresciuti tutti i denti - c'era in lei una consapevolezza che la faceva sembrare più vecchia. Era la prova evidente di un trauma, come la dissociazione che le permetteva di parlare, a otto anni, delle sue esperienze sessuali. L'innocenza era andata persa. Tahani era andata a scuola, e viveva accanto a una scuola, ma non è stata in grado di completare la sua istruzione perché alla morte della madre non c'era più nessuno che prendesse le sue difese.

Nessuna storia a lieto fine?

Sì, una. Nel 2010, ho fotografato una ragazza yemenita di nome Nujoud Ali. Grazie al suo coraggio e con l'aiuto di un avvocato donna di nome Shada Nasser, Nujoud è stata in grado di ottenere il divorzio a 10 anni, pochi mesi dopo il matrimonio. Ora sta avendo una seconda chance nella vita. Possiamo solo sperare che altre ragazze che vogliono seguire gli stessi passi di Nujoud ottengano il sostegno di cui hanno bisogno

Contro il dramma delle spose bambine 07 maggio 2013


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venerdì 21 giugno 2013

Carmela, 13 anni, suicida dopo lo stupro


Faccia a faccia in tribunale: cinque uomini accusati di aver stuprato Carmela, una tredicenne diventata "il simbolo della violenza contro tutte le donne" che, sei anni fa, a seguito delle violenze si è buttata dal balcone; e le donne di Taranto che domani mattina presidieranno ancora una volta l'aula del tribunale perché "nessuno può indignarsi di fronte alle uccisioni e gli abusi sessuali e non fare niente". 
 
Va in scena uno degli atti finali della triste vicenda della ragazzina che ha raccontato il suo dramma in prima persona in un diario. Pagine che ora sono diventate un graphic novel e che potrebbero diventare la prova decisiva per incastrare i suoi aguzzini.


È rimasta senza vocali, ferma all'ultima pagina del suo diario, aprile del 2007, la vita di Carmela Cirella, 13 anni. Carmela si è suicidata il 15 aprile. Si è lanciata dalla finestra di casa di amici, a Taranto. Qualche mese prima, tre volte in quattro giorni, era stata stuprata da cinque persone diverse: due minorenni e tre maggiorenni. I due minorenni hanno ammesso il rapporto sessuale, all'epoca avevano quasi 17 anni, Carmela 12. "Nessuno stupro", hanno però giurato in aula. E alla fine il tribunale ha deciso che per loro la pena giusta fosse  la "messa alla prova": I tre maggiorenni, invece, hanno ancora il processo in corso: la prossima udienza è domani, l'ultima il 12 luglio. Poi la sentenza. "Nessuno di questi ha fatto un solo giorno di carcere", ha più volte raccontato il patrigno, Alfonso Frassanito, in prima linea insieme alle "compagne del Mfpr", Movimento femminista proletario rivoluzionario, nel chiedere giustizia per la giovane. 



Sono loro che domani, venerdì 21 giugno al tribunale di via Marche angolo corso Italia alle 9.30, chiamano a raccolta chiunque voglia partecipare al presidio "Con Carmela nel cuore!", dedicato a "ogni donna uccisa, stuprata, offesa: siamo tutte parte lesa", scrivono per promuovere l'iniziativa organizzata in coincidenza con la penultima udienza al processo. "Verranno sentiti gli stupratori - spiegano in una nota - e in particolare quello che in una udienza passata aveva fatto richiesta, poi respinta, affinché il processo non si tenesse più a Taranto, perché 'temeva per la sua incolumità' visti i presidi a ogni processo della nostra associazione. Domani - annunciano - presenteremo inoltre l'importante mobilitazione nazionale del 6 luglio a Roma sull'appello 'Non si può continuare a far finta di niente, non si può continuare a non fare niente'". Il padre di Carmela sarà lì, per presentare il libro/fumetto tratto dal diario di Carmela. "La sua vita e quello che le è successo non può essere dimenticato". 


Carmela, 13 anni: suicida dopo lo stupro. "In tribunale per la dignità di tutte le donne" 20 giugno 2013





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Una donna su tre al mondo subisce violenza sessuale o fisica

La violenza fisica o sessuale colpisce più di un terzo delle donne nel mondo (35%) e la violenza domestica inflitta dal partner è la forma più comune (30%), ha denunciato a Ginevra l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). ”I risultati di questo studio inviano un messaggio forte: la violenza contro le donne è un problema mondiale di salute pubblica di proporzioni epidemiche”, ha commentato Margaret Chan, Direttore generale dell’Oms.
Il rapporto è il ”primo studio sistematico” mai condotto con dati globali sulla prevalenza della violenza contro le donne da parte del loro partner o della violenza sessuale inflitta da altri e rivela ”una statistica scioccante”, ha affermato Flavia Bustreo, vice Direttore generale dell’Oms per la salute della famiglia, delle donne e dei bambini direttore generale. ”Tutte le fasce di età sono colpite”, anche se con una minore prevalenza, pure le giovani o le donne in età più avanzata non sono risparmiate da questa violenza che ”colpisce inoltre tutte le regioni e le classi sociali”, ha detto Bustreo in una conferenza stampa.
Il rapporto stima il tasso di prevalenza in Africa del 45,6%, nelle Americhe del 36,1%, per il Mediterraneo orientale il 36,4% , in Europa (Russia e Asia centrela incluse) del 27,2%, nel Sud-est asiatico del 40,2%, nel Pacifico Occidentale del 27,9%. Nei Paesi ad alto reddito è pari al 32,7%. Lo studio mostra inoltre che, a livello mondiale, il 38% delle donne uccise lo sono state dai loro partner intimi e che il 42% delle donne che ha subito violenza fisica o sessuale ha subito ferite. Per le donne vittime di violenza da parte del proprio partner, la probabilità di depressione è quasi due volte più alta rispetto a chi non ne ha subite, così come quella di avere problemi di consumo d’alcol. Salgono anche i rischi contrarre malattie sessualmente trasmissibili, di aborto e di aver un bambino con un basso peso alla nascita.

L’Oms: una donna su tre al mondo subisce violenza sessuale o fisica 20 giugno 2013


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lunedì 17 giugno 2013

Google contro la pedopornografia

UN DATABASE mondiale e "intelligente", condiviso con tutti gli operatori coinvolgibili, contenente tutte le immagini pedopornografiche che girano in Rete. Questa è l'idea alla base del progetto di Google per contrastare il fenomeno della pornografia infantile e stroncare la diffusione di materiale alla radice. L'idea di Big G è spiegata in un post sul blog ufficiale di Mountain View. 

Come funziona. Il database pensato da Google è "intelligente" perché l'archivio utilizza degli algoritmi di "hashing", in grado cioè di spezzettare le singole immagini in piccole parti di codice, che poi un sistema può interpretare e identificare. Bloccando non solo quella specifica immagine, ma individuando anche quelle dal contenuto simile. Qualcosa di simile a quanto fa già Google con la ricerca di immagini basate su un file specifico. Ogni immagine avrebbe quindi la sua unica e particolare tag, che poi lo "spider" di Google, ovvero il codice che materialmente effettua le ricerche sul web, potrebbe identificare se duplicate altrove. La condivisione del servizio con enti esterni e agenzie anticrimine aiuterebbe a identificare provenienze e circolazione, per poi perseguire il reato di pedopornografia nelle sedi opportune. Secondo quanto dichiara Google, il centro nazionale Usa per la protezione dei minori ha ricevuto in un anno oltre 17.3 milioni di immagini pedopornografiche (nel 2011) attraverso il sistema Cybertipline. Un numero quadruplicato rispetto ai dati del 2007. 


Oltre al database, Google ha investito 5 milioni di dollari in varie attività collegate all'abuso dei bambino. Alla Internet Watch Foundation e al Centro nazionale per la protezione dei minori sono andati rispettivamente 1,5 e 1 milione di dollari.  Altri due milioni sono destinati al fondo di Google Child Protection Technology, una struttura interna a Mountain View dedicata allo sviluppo di tecnologie e software a tutela dei più piccoli e contro la pedopornografia. "La comunità dei genitori, degli insegnanti e delle aziende deve reagire al fenomeno", dice nel post Jacquelline Fuller, direttore di Google Giving, "E' un'esigenza prioritaria".

Pedoporno, Google usa il pugno di ferro:rimozione coatta delle immagini dal web 17 giugno 2013 


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domenica 16 giugno 2013

Human Trafficking An Inhumane Trade

Tenancingo, Tlaxcala, Mexico - In a Mexican village some 1,800 miles from San Diego, girls and young women are coerced, threatened and forced into a life of prostitution. It is where pimps use the town’s annual Carnival to show off their chicas, luxury vehicles and wealth that builds mansions with distinctive architecture to impress and then lock away victims.
Tenancingo is the beginning of a pipeline in an illicit, international trafficking trade where San Diego is a key nexus. This village and others in the state of Tlaxcala generate as much as 80 percent of all Mexican sex traffickers.
The perpetrators include multigenerational families, town officials, neighborhood gossips and lookouts.
Their business scheme is emblematic of systems from Asia to South America, from Eastern Europe to the United States, that profit from the slave labor of men and women. The victims toil in fields, build homes, do housework, beg on streets and work in brothels for little or no compensation.
The spotlight on their plight has grown during the past decade. The United States, Mexico and other countries have passed new laws, advocacy groups have formed to help victims and law-enforcement officials are trying to pursue more of these cases. Successful prosecutions have occurred in San Diego, New York City, Miami and Atlanta.
“As the fight against human trafficking becomes more normalized, I think the lay understanding of it stops being ‘over there’ and people understand how it happens in their own backyard,” said U.S. State Department ambassador Luis CdeBaca, who oversees the Office to Monitor and Combat Trafficking in Persons. Each year, the agency releases its Trafficking in Persons Report, which grades nations on their anti-trafficking efforts.
Human trafficking is a lucrative affair, ranking as one of the top three most profitable criminal enterprises (behind the arms trade and drug trafficking), according to the U.N. Office on Drugs and Crime, Interpol and the U.S. State Department.
It is estimated to be a $32 billion-a-year business that ensnares 21 million to 27 million victims worldwide, said the International Labour Organization and Kevin Bales, cofounder of Free the Slaves and author of “Disposable People: New Slavery in the Global Economy.”

An Inhumane Trade: human trafficking SEPT. 22, 2012


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How Colleges’ Lenient Sexual Assault Policies Allow Serial Rapists To Escape Punishment

When activists at Dartmouth University disrupted an event for prospective students in April, they said they wanted to pressure their university to take racism, sexism, and sexual assault more seriously — and they wanted their administrators to start punishing serial rapists. After the university administration cracked down on the protesters, one of the participants told ThinkProgress, “The fact is that Dartmouth is punishing protesters who are very visible, but won’t punish students who commit assaults.”
Although the campus protesters received some serious backlash from some of their peers — including rape and death threats — for pointing out some of the shortcomings in their university’s sexual assault policy, their statements weren’t hyperbolic. Some of the participants in the protest were survivors of sexual assault, and some of their assailants haven’t faced adequate punishment. According to sexual assault prevention experts, those rapists are very likely to go on to commit crimes against other students on campus.
The U.S. Department of Justice has found that about one in four women experience sexual assault during their time in college. And, according to David Lisak — a former clinical psychologist who now consults the U.S. military and college administrations on issues of sexual assault — those sexual crimes are perpetrated by a relatively small number of men. Lisak says that most college rapists are repeat offenders.
“College presidents don’t like to hear this, but these are sex offenders,” Lisak explained during a recent rape prevention event at Harvard University. “Every report should be viewed and treated as an opportunity to identify a serial rapist.”
That claim is backed up by Lisak’s research. When Lisak surveyed 1,882 college men about their nonconsensual sexual experiences, 120 participants said that they had either sexually assaulted or attempted to sexually assault a fellow student. Those men admitted to 483 assaults in total — which averages out to be about four assaults each.
But colleges across the country still aren’t doing a good job of identifying and punishing those serial rapists. Survivors of sexual assault often have to navigate a complicated judicial system that dissuades them from reporting their assailants, suggests they may be at fault for the crimes perpetrated against them, and sometimes even threatens to punish them for speaking out. An investigation by the Center for Public Integrity found that even when students are found to be guilty of sexual assault, they tend to face extremely light punishment — like social probation and academic penalties — instead of being suspended or expelled. A recent national survey conducted by the group Students Active For Ending Rape asked college students to grade their school’s sexual assault policies, and half of the respondents gave them a C or lower. A mere 9.8 percent of students gave their university an A for handling rape cases well.
Students at prestigious universities like SwarthmoreYaleAmherst, and Princeton allege their campuses are creating a “hostile environment” by failing to adequately address sexual assault cases — largely because administrators would rather “keep up appearances” than bring negative attention to their school by making national headlines for arresting rapists. That reality has sparked a national movement to push administrators to do better in this area, as students have filed a wave of federal complaints with the U.S. Department of Education.

How Colleges’ Lenient Sexual Assault Policies Allow Serial Rapists To Escape Punishment Jun 14, 2013 


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sabato 15 giugno 2013

Festini, archivi e chat: la lobby gay con la tonaca


VIAGGIO DI “SERVIZIO PUBBLICO” FRA I SACERDOTI CHE ADESCANO I RAGAZZI. DON ARIEL: “DENUNCIAI IL VIZIO E FUI ALLONTANATO”. 

Santa Maria degli Angeli e dei Martiri è una delle più belle chiese di Roma. È qui che sfilano politici e volti noti ogni volta che a morire è qualcuno degno di esequie di Stato. A tutto il mondo è nota per essere l'ultimo grandioso progetto architettonico di Michelangelo Buonarroti. Ma per pochi altri è semplicemente una “Chiesa bancomat”. Così la chiamano, infatti, i ragazzi e i ragazzini di vita che girano intorno alla vicinissima Stazione Termini.

A raccontare questo è don Ariel, che lì è stato sacerdote. Si tratterebbe di un giro di prostituti gay che fino a poco tempo fa gravitava intorno e dentro alla Chiesa, che funzionava proprio come un bancomat: prestazioni sessuali al prete in cambio di soldi, o meglio in cambio dei proventi delle elemosine dei fedeli. Una storia, sembra, ben nota alla polizia.

DON ARIEL raccoglie testimonianze, foto, documenti e scrive una relazione dettagliata che invia ai suoi superiori e alla Segreteria di Stato vaticana. Il primo risultato che ottiene è il silenzio. Il secondo è il suo (non certo volontario) allontanamento. Don Ariel viene punito per la sua delazione, mentre il prete che foraggia i giovani viene lasciato lì tranquillo e indisturbato per un altro anno ancora, prima cioè di essere trasferito in un'altra chiesa di Roma nord, meno prestigiosa ma molto più popolata. “Questa è la triste prassi”, dice don Ariel, “la lobby gay esiste. Eccome. È un dato di fatto”. “La lobby gay esiste” dice oggi Papa Francesco in una conversazione non si sa quanto confidenziale con i suoi amici sudamericani.

NELLE SETTIMANE in cui ho lavorato con Andrea Casadio a questa inchiesta, si è mostrato un mondo che si pensava fosse solo un'esagerazione dell'immaginario o una vulgata anti-clericale. La regola del celibato e dell'astinenza sessuale sembra aver generato il suo contrario: una vera e propria ossessione mostruosa per il sesso. Sacerdoti che finita la messa consumano tonnellate di materiale pornografico su internet. Venerabilis fraternity, ad esempio, è un sito dedicato ai sacerdoti “omosensibili”, si favoriscono gli incontri attraverso chat in tutte le lingue del mondo (ovviamente è obbligatorio usare un nickname) e addirittura ci si dà appuntamento in precisi orari (la mattina per i seminaristi, il pomeriggio per tutti gli altri) nel settore filosofia e religione della Feltrinelli di Largo Argentina a Roma. Saune gay, discoteche, locali per scambisti frequentati da uomini di Chiesa. Tra i luoghi gay preferiti dai preti sembra esserci (ironia della sorte, o forse no), Il Diavolo dentro, una discoteca che si trova nel quartiere Testaccio.ll giornalista di Panorama Carmelo Abbate racconta che per scrivere Sex and the Vatican, è riuscito a infiltrarsi per mesi in un giro di festini, a cui partecipavano sacerdoti (alcuni alti prelati di cui non ha rivelato l'identità) e ragazzi escort. Gli incontri avvenivano nei palazzi della Curia romana. Stanze importanti, dove il giorno successivo si sarebbe celebrata messa.

Un'ossessione per il sesso si diceva, un vero e proprio assillo che lega a un vincolo di segretezza assoluta chi lo pratica. Segreti che saldano rapporti e favoriscono carriere. Segreti che generano ricatti e che distruggono carriere.

IN UN BAR subito fuori le mura vaticane, ho incontrato un sacerdote che conserva in casa centinaia di schede, un vero e proprio archivio sui vizi privati dei suoi confratelli. Materiale pronto a essere usato come una micidiale macchina del fango, una clava contro chi si renda necessario punire o intimidire. Così, le persone che ho incontrato in questi mesi, mi hanno spiegato il senso di “lobby gay”.


Festini, archivi e chat: la lobby gay con la tonaca 15 giugno 2013

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venerdì 14 giugno 2013

Il porno scandalo che ha travolto l’esercito australiano

Le forze armate australiane sono invischiate in un altro scandalo a sfondo sessuale con 17 persone indagate, tra le quali alcuni ufficiali. Il generale dell’esercito David Morrison ha detto di essere sconcertato da email “esplicite e ripugnanti” e immagini che umiliano le donne.


IL PRECEDENTE - L’ultima scoperta avviene in seguito a un report del governo secondo il quale nelle forze armate ci sarebbero stati più di 1000 casi di abusi sessuali o di altra natura dagli anni 50 ad oggi. Il report è stato redatto dopo lo “Skype scandal” del 2011, quando una giovane recluta ha mandato in streaming ai suoi commilitoni un video amatoriale in cui faceva sesso con una compagna d’armi.
I MILITARI COINVOLTI - “Direi che questo caso è peggio dello “Skype scandal”, sostiene il generale Morrison durante una conferenza stampa, facendo riferimento ai gradi delle persone coinvolte. Infatti in questo caso sono invischiati anche un colonnello, dei maggiori dell’esercito, capitani, sergenti maggiori e caporali. I materiali prodotti, definiti “altamente inopportuni” sono stati riversati sul web negli ultimi 3 anni usando computer della difesa militare. Nello scandalo potrebbe anche esserci stato uso di droghe illecite. 3 persone sono state sospese dal servizio e potrebbero andare a processo, altre 5 potrebbero essere sospese, mentre sono 9 gli indagati. Almeno 90 i militari che sarebbero stati inclusi nella catena di email. Il generale Morrison vuole evitare di descrivere il contenuto del materiale sotto accusa “sia i messaggi che le immagini sono umilianti, sessualmente espliciti e profani”.

Il porno scandalo che ha travolto l’esercito australiano 14/06/2013


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domenica 9 giugno 2013

Rape Porn

US research demonstrates a significant link between 'arousal to rape material and a propensity to rape'.


More than a hundred anti-rape groups and campaigners have written to the prime minister urging him to make it a criminal offence to possess internet pornography depicting rape.
They argue that such material "glorifies, trivialises and normalises" the abuse of women and girls, and note that both Mark Bridger and Stuart Hazell – recently convicted of murdering April Jones and Tia Sharpe respectively – were users of "violent and misogynistic pornography".
In their letter to David Cameron, the campaigners also cite US research, which they say has long demonstrated a significant link between "arousal to rape material and a propensity to rape".
Possession of such material is already an offence in Scotland and could be similarly outlawed in England and Wales if the government closes a loophole in the Criminal Justice and Immigration Act 2008, they say.
Although it has been illegal to publish pornographic portrayals of rape for decades in the UK, existing legislation does not cover material uploaded abroad and outside British jurisdiction.
Research by Rape Crisis South London into "rape porn" available online found that much of the material – bearing descriptions such as "young schoolgirls abducted and cruelly raped. Hear her screams"; "little schoolgirl raped by teacher", and "tiny girl sleep rape" – appears to promote or endorse such criminal acts as kidnap, additional violence and child sexual abuse.
"Permitting the possession of depictions of sexual violence as entertainment glorifies, trivialises and normalises such abuse at a time when government statistics estimate that 85,000 women and girls are raped each year," she said.
Holly Dustin, the director of the End Violence Against Women coalition, said that while the government had taken some positive steps towards preventing sexual violence, it needs to tackle the issue of "rape porn".
"If it is really serious about keeping its promise, it must look at the cultural backdrop against which women and girls are abused," she said. "'Rape porn' glorifies sexual violence and undermines the government's work."
Professor Clare McGlynn, an expert in rape law and policy at Durham University's law school, met Ministry of Justice officials in November to press for the loophole to be closed. However, her call was not heeded by the ministry, which told her the legal change was not "appropriate or necessary".
"This is not a simplistic argument about rape pornography causing rape," said McGlynn. "It is undeniable that the proliferation and tolerance of such images and the messages they convey contributes to a cultural climate where sexual violence is condoned."
A government spokesperson said: "Rape is an abhorrent crime and that is why this government has driven forward significant progress in tackling violence against women and girls. We share the public's concern about the availability of harmful content on the internet and have already taken steps to ensure there are better online filters to protect children. But we want to look at what more can be done and so the culture secretary has invited internet providers to a summit this month. We will look closely at the issues raised in this letter."

Criminalise possession of 'rape porn', campaigners urge David Cameron 7 June 2013


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Violenza sessuale su una bimba di 3 anni

La segretaria di una scuola materna di Milano, M.B. di 54 anni, è stata rinviata a giudizio con le accuse di violenza sessuale e percosse nei confronti di una piccola di soli tre anni. L’incubo per la piccola ha inizio nel luglio del 2011 quando, durante il “centro estivo”, su di lei si concentrarono le attenzioni della segretaria.  

La donna, che solitamente indossava una parrucca a causa delle cure che stava facendo contro un tumore, durante il consueto “riposino” dei piccoli, si toglieva la parrucca e fingendosi un uomo prestava le sue particolari attenzioni nei confronti della bambina, accompagnate spesso da minacce e percosse. A casa la piccola veniva spesso colta da crisi di pianto e da uno stato di inquietudine insospettendo i genitori che, pian piano, sono riusciti a farsi raccontare quanto accadeva. Il 2 agosto i genitori presentarono una dettagliata denuncia ai carabinieri che, dopo una lunga e articolata indagine, scoprirono quanto accadeva alla materna. La donna venne quindi iscritta nel registro degli indagati e ieri è stata rinviata a giudizio. 

Violenza sessuale su una bimba di 3 anniRinviata a giudizio una segretaria d’asilo 08/06/2013


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giovedì 6 giugno 2013

Turismo sessuale, italiani primi pedofili in Kenya, Brasile, Santo Domingo

Gli italiani sono ai primi posti come clienti del mercato del sesso in paesi come Brasile, Repubblica Dominicana e Kenya. Un primato di cui certo non andare fieri visto e considerato che ci rende colpevoli anche di pedofilia: la maggior parte delle volte la prostituta è poco più che una bambina truccata e vestita di quattro stracci succinti. Vittima di padri, mariti e figli che circa 80 mila volte l’anno salgono su un aereo e vanno a sfogare la loro smania su quei corpicini acerbi, nel Sud del mondo.
Mini schiave del sesso per turisti: in Kenya sono circa 15.000, il 30 per cento di tutte le bambine che vivono tra Malindi, Bombasa, Kalifi e Diani. Vengono svendute a orario continuato e i mercanti il più delle volte sono gli stessi genitori. Hanno tra i 14 e i 12 anni ma ce ne sono anche di più piccole. Se vergini, hanno un costo extra di 10oo euro in più.
Ma non bisogna per forza salire su un aereo. Per i più squattrinati ce ne sono anche qui, basta girare l’angolo: 10-12.000 di quei bambini si trovano in Italia. Figli di migranti, nomadi, minori non accompagnati. Solo che all’estero non bisogna fare la fatica di nascondersi e costano quanto una buona cena.
E il mercato si ingrossa e prospera a ridosso dei grandi eventi. Per questo Ecpat e Fiab (Federazione Italiana Amici della Bicicletta) si sono “messe in marcia” per chiedere che i mondiali di calcio in Brasile siano a “impatto zero sui bambini”. Partire in largo anticipo, sottolineano, significa poter informare al meglio i possibili turisti in partenza; farlo in un periodo così favorevole in cui si parla di viaggi, può permettere a questo messaggio di arrivare ancora più lontano.
Domenica, al grido di “un altro viaggio è possibile” pedaleranno in 3o città. “La settimana prossima ci incontreremo a Varsavia -racconta Marco Scarpati, direttore di Ecpat Italia- per pianificare, assieme alle Polizie di tutto il mondo, qualcosa che impedisca una replica, in Brasile, di quanto avvenne in Ucraina nel 2010 e in Sudafrica nel 2012: il racket trasportò bambini da tutti i territori circostanti, per accontentare la richiesta. Purtroppo tutto questo accade sempre, in occasione di eventi sportivi. E i controlli sono spesso labili, insufficienti, inefficaci”.
Un milione e duecentomila bimbi secondo le stime ufficiali, almeno due milioni secondo le cifre ufficiose. Ognuno di loro frutta 67.200 dollari all’anno. Per il racket, il budget complessivo supera i trenta milioni di dollari all’anno.

Turismo sessuale, italiani primi pedofili in Kenya, Brasile, Santo Domingo 6 giugno 2013


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sabato 1 giugno 2013

Stupri e mazzette, arrestati 4 poliziotti a Roma

Stupri, furti e mazzette da commercianti. Per questo motivo quattro agenti di polizia in servizio nella Questura di Roma sono stati arrestati stamani dalla squadra mobile della capitale.
Si tratta di due ispettori, un sovrintendente ed un assistente della Polizia di Stato accusati di violenza sessuale, corruzione, falso e furto. In particolare, sono ritenuti responsabili di aver trafugato, nel 2009 e 2010, quando prestavano servizio presso la Squadra Mobile, somme di denaro ad alcuni commercianti stranieri e di aver preteso elargizioni in cambio di mancate denunce. Le accuse di stupro riguarderebbero violenze sessuali ai danni di prostitute.
POLIZIOTTI ARRESTATI: LA DENUNCIA DA COMMERCIANTE STRANIERO - A portare all'arresto dei quattro poliziotti una denuncia presentata da un commerciante straniero che mesi fa raccontò in Procura dei soprusi subiti dai quattro che erano diventati un po' il terrore dei negozianti stranieri di Roma. I quattro indossavano sempre la divisa, anzi, a dire del denunciante, al usavano proprio per tenere sotto scacco le vittime. L'uomo parlò di vessazioni continue nonostante fosse in regola con i vari permessi sulla sua attività, racconto di veri e propri furti che i quattro facevano nei negozi che andavano a controllare e di come minacciavano i negozianti anche stilando denunce false. I quattro inoltre chiedevano soldi, vere mazzette di migliaia di euro, minacciando i negozianti di fargli chiudere l'attività.
POLIZIOTTI ARRESTATI: ACCUSATI ANCHE DI STUPRI PROSTITUTE - I quattro poliziotti arrestati oggi a Roma avrebbero anche stuprato alcune prostitute sotto la minaccia di arrestarle. Anche in questo caso i quattro 'usavano' la divisa per intimorire le vittime. A volte addirittura le manette. I quattro erano in servizio presso la Squadra Mobile ma durante l'inchiesta sono stati trasferiti in ufficio.

Stupri e mazzette, arrestati 4 poliziotti a Roma  01 giugno 2013


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