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venerdì 9 dicembre 2016

LA CONSOLATION

«La consolation è un libro dedicato a tutti i bambini ridotti al silenzio, a cui la memoria e le parole sono tornate troppo tardi»

La loro è la storia anche di Flavie Flament, 42 anni, giornalista e presentatrice francese di successo che – diventata adulta – ha deciso di raccontare la violenza sessuale subita a 13 anni. A compierla, con un rito durato molti giorni, uno più terribile dell’altro, un «predatore allora cinquantenne». L’uomo agiva con il placet della madre di Flavie, che l’accompagnava e la lasciava sola nelle sue mani.

Il libro, uscito un mese e mezzo fa, ha avuto un impatto fortissimo sull’opinione pubblica francese.

Il «predatore» era infatti il famoso David Hamilton, che fotografava in pose lascive bambine di 12-13 anni, e poi le stuprava. Finora, sono venti le donne che, dopo l’uscita della Consolation, hanno denunciato le violenze sessuali subite

«L’ultima avvenne nel 2008, quando Hamilton aveva 75 anni», mi dice Flament. Con lei, in esclusiva italiana, ricostruiamo queste ultime settimane, che si sono concluse il 25 novembre con il suicidio del fotografo nella sua casa di Parigi, con un sacchetto di plastica infilato in testa. Senza figli, separato dalla moglie Gertrude che aveva incontrato a 13 anni e sposato a 19, aveva lasciato la porta di casa semiaperta, per permettere ai vicini di trovarlo.

«Siamo solo tre al mondo ad aver trattato la ricerca dell’innocenza e la bellezza delle giovani donne. Io, Balthus, Nabokov», amava ripetere. E negli anni Settanta le sue foto, con immagini flou quasi romantiche di fanciulle in fiore, evocavano agli occhi del pubblico più impressioni d’arte che di pedofilia. Ciò che avveniva nello studio, però, era un’altra cosa.

«Questo suicidio mi ha messo addosso un’immensa rabbia. È stato il suo ultimo atto di vigliaccheria. Il peggior momento di queste settimane», mi dice Flavie. «Guardando indietro, mi rivedo con in mano il libro fresco di stampa: ero convinta che la mia vita sarebbe cambiata. Finalmente ero riuscita a parlare, avevo messo in copertina la foto che mi aveva scattato, come atto di accusa. Non avevo potuto nominarlo, perché secondo la legge francese il reato era ormai prescritto. Speravo solo che scoppiasse uno scandalo, capace di smascherarlo. Così è stato. Il mio collega Thierry Ardisson ha fatto il suo nome al posto mio, durante una trasmissione televisiva, ricevendo minacce di ritorsioni legali da parte di Hamilton, che ha smentito ogni accusa. Ma non aveva messo in conto che due delle sue vittime si facessero vive, prima ancora che uscisse il libro.

E molte altre sono venute dopo, a rendere poco credibile la sua difesa. Lo scenario era sempre lo stesso: ragazzine di 12-13 anni che trovava sulle spiagge di nudisti, mai modelle professioniste, sempre accompagnate dalle madri. Prima ci fotografava e poi ci stuprava. Oltretutto, guadagnava bei soldi sulla nostra pelle, ci rubava la vita, l’innocenza, e poi esponeva le foto in mostre frequentatissime, vendeva calendari, magliette, cartoline e faceva libri, con la nostra faccia e il corpo di noi bambine violentate».

La giornalista, che oggi ha due figli, spiega che il suo incontro con Hamilton è avvenuto quando aveva appena compiuto 13 anni e il suo corpo non era completamente formato. «Tutto si mescola nei ricordi, quando mi mise sotto la doccia per violentarmi», scrive nel libro. «Le sue mani, il sapone, gli occhi rossi annebbiati, la schiuma, le dita che penetrano l’intimità e poi il sangue, lo sporco, il vomito, la puzza del suo profumo a buon mercato, il sudore...».

Le chiedo che cosa ha provato quando sua madre, pochi giorni dopo l’uscita del libro, ha dichiarato alla stampa francese che non era mai stata complice, trattandola da fuori di testa e consigliandole di farsi curare.

«Questo dimostra quanto le famiglie, compreso mio fratello che ha avuto per me parole durissime, siano parte integrante del meccanismo perverso della pedofilia. Quando mi accompagnava a casa di Hamilton, lui ci veniva ad aprire la porta completamente nudo, con la macchina fotografica a tracolla. Uno spettacolo che avrebbe fatto inorridire qualsiasi madre responsabile. E mi chiedo come mio fratello, che a quel tempo aveva solo 9 anni, possa difenderla, trattandomi da pazza».

Nelle settimane seguite all’uscita della Consolation, ci sono stati momenti di grande emozione, come ci racconta Flament. «Ricordo quando ci siamo ritrovate tutte e venti. Il dolore del nostro passato si mescolava alla gioia di essere riuscite a parlare. Alla fine eravamo sicure di avercela fatta a incastrarlo. Il suo suicidio ci ha colte di sorpresa. E invece dovevamo aspettarcelo: il pedofilo vuole avere il controllo sulle sue prede fino all’ultimo. Sapeva che avrebbe dovuto chiederci perdono, una situazione impensabile, meglio la morte».

Molte delle vittime di David Hamilton avevano provato a denunciarlo. Un’inchiesta è in corso.

«Era sempre riuscito a sfuggire alla giustizia, con abili stratagemmi, promesse e avvocati. Con me non ce l’ha fatta perché ho opposto al suo potere perverso la notorietà: sono un volto conosciuto, la mia faccia e le mie parole sono credibili, e poi ho trovato solidarietà fra i colleghi, il mio compagno, i miei figli e soprattutto Laurence Rossignol, ministra della Famiglia, dell’infanzia e dei diritti delle donne, che mi ha appoggiata, dandomi l’incarico di riunire una commissione per rivedere la prescrizione nelle situazioni come quella che ho vissuto. Perché non si dovrebbe poterne parlare trent’anni dopo? Gli individui traumatizzati riescono a raccontare ciò che è loro successo solo nel momento in cui si pongono le condizioni necessarie. Quando sono andata dal mio avvocato per fargli causa e ho saputo che il tempo era scaduto, mi sono sentita morire, ma poi ho deciso di scrivere il libro».

Catherine Breillat, sceneggiatrice nel 1977 di Bilitis, film di David Hamilton su una diciassettenne innamorata di un fotografo e dedita a giochi saffici, in un’intervista lo ha giustificato in quanto artista, «ossessionato dalla fotografia, più che dalle bambine». Che cosa ne pensa Flavie? «È gravissimo nascondere la sua vocazione pedofila, spacciandola come amore per l’arte. Nessuno può permettersi di stuprare bambine. Quello che ci ha fatto non può essere giustificato».

«Lui che mi fotografava bambina, e mi stuprava» Carla Bardelli 07.12.2016

British photographer renowned for soft-focus portraits of teenage girls is accused of sexually assaulting four children in France Peter Allen MailOnline 17 November 2016

The Suicide of David Hamilton and the Debate Over Child Nudity in Portraiture Robert K Baggs November 29, 2016


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