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lunedì 22 maggio 2017

“Beauty and the Dogs” Anatomy of a Rape Culture

Impressively fluid long takes don’t always help the emotional tug of this uneven film about a young woman’s harrowing experience after being raped by some cops.
A co-ed raped by cops is further traumatized by a society more prone to disdain and brutality than empathy in Kaouther Ben Hania’s “Beauty and the Dogs,” a film that boasts impressively fluid long takes yet comes up short in the script department. Taking such a powerful theme and then piling on every expected twist makes it feel like the director’s understandable outrage over similar, factual cases blurred her understanding of modulation — a surprise given the conceptual sophistication of her excellent mockumentary debut “Challat of Tunis.”

The callousness of (un)civil society, together with police repulsiveness, is a subject needing to be constantly re-examined, yet Ben Hania’s almost chilly mise-en-scène lessens the emotional impact of the protagonist’s truly nightmarish plight. Although multiple film funds and a high percentage of European backers are involved, no doubt lured by worthy issues and the director’s previous successes, sales aren’t likely to meet expectations.
The film’s visual codes work best at the start, as Mariam (Mariam Al Ferjani) borrows a slinky electric dress after her own — black, with a prim Peter Pan collar — gets torn. The new outfit isn’t her style, but she’s the co-organizer of a college party at a Tunis disco, and she’s enjoying getting into the swing of things. A flirtation develops with Youssef (Ghanem Zrelli), and just as they head outside for a walk, the film cuts and Mariam is seen distraught and running down the street with Youssef at her heels. At first the viewer thinks he’s chasing her and she wants to get away, but no, it’s a flight of mindless desperation, as she’s just been raped by some cops in a car.
Youssef takes her to a nearby private clinic where the female attendant treats her with contempt, silently making conclusions from her revealing dress while refusing to let her see a doctor without identification. Next they try the emergency room of a public hospital, but there she’s told rape isn’t an emergency, and the doctors refuse to do an examination until she reports to the police.
Forced to go from one station to the other, the target of leering eyes and intimidation, Mariam looks for sympathy from female desk sergeant Faiza (Anissa Daoud of “Borders of Heaven”), while the male cops bully Youssef for being a hot-headed activist. Faiza’s protection is offered begrudgingly and doesn’t last: Mariam and Youssef are separated, and the fragile, very scared young woman endures further humiliation throughout the night as the cops try every form of coercion, even appealing to her patriotism, to get her to drop the charges.
No one will argue that Mariam’s ordeal is anything less than horrific, and audience sympathy remains strongly connected to her character, yet stating this doesn’t mean the film packs the necessary punch. Nor is it enough to say such a film is needed in the Middle East, as if this type of behavior doesn’t exist elsewhere. Yes, the story and characters are unambiguously Tunisian, and it helps to be aware of such things as the tension between traditional and conservative segments of society, along with the inhumane, deeply misogynistic mentality of authority figures incapable of making the transition from dictatorship to a post-Revolution nation. 

Kaouther Ben Hania, classe 1977, per il suo Beauty and the Dogs si ispira ad una storia realmente accaduta; una storia tra le tante, tantissime simili che, insabbiate e taciute grazie alla prepotenza a alla corruzione delle forze dell'ordine e alla connivenza delle istituzioni, non sono mai venute alla luce, e non hanno mai trovato giustizia.

Mariam è una ragazza che crede nella Tunisia dell'Islam democratico sia possibile per una ventunenne nubile trascorrere una serata allegra a ballare con le amiche e magari a baciare il giovane dai grandi occhi verdi che la guarda con ammirazione. Scoprirà che non è così nella maniera più sconvolgente, ma non per questo si rassegnerà a rinunciare ai propri diritti più essenziali, nemmeno di fronte a una spaventosa sequenza di violenze e intimidazioni.

Il film si svolge quasi interamente in interni, ha un'impostazione squisitamente teatrale e un'idea di messa in scena semplice e d'impatto che scandisce brillantemente il progredire degli eventi: una sequenza numerica, una successione di nove track shot che ci porta dall'eccitazione dei primi momenti della serata di festa a un finale catartico e che fa pensare, più che a una conclusione, a un nuovo, pugnace principio. Nel frattempo, uno script ricco di dettagli rivelatori esplora le difficoltà della vita di una giovane donna cresciuta in una famiglia conservatrice e il campo minato che la società tunisina in fermento rappresenta per lei; la regista guida com mano sicura i suoi interpreti, mettendo al centro dell'azione la fragile e intensa Mariam El Ferjani senza dimenticare di circondare la sua protagonista di un'umanità credibile, non solo poliziotti corrotti quindi ma anche personaggi ambigui e soccorritori riluttanti o a loro volta oppressi, un mondo in cui Mariam troverà disprezzo dove si aspetta aiuto e compassione dove credeva di trovare indifferenza.
La successione numerica delle scene in piano sequenza rende particolarmente evidente una scelta significativa della sceneggiatrice e regista tunisina: quella di non illustrare neanche indirettamente l'aggressione che scatena gli eventi. Una soluzione in linea con le istanze di molte importanti voci femministe nei media, che chiedono un cambiamento radicale nella rappresentazione dello stupro al fine di rimuovere qualsiasi connotazione erotica e voyeuristica di quello che è un atto di prevaricazione sistematica nei confronti delle donne. La scena in cui un'infermiera chiede a Mariam dettagli su quello che ha vissuto senza ottenere alcuna risposta è pure probabilmente da leggere in questa ottica.
Ma non è questo l'unico elemento che dovrebbe farci riflettere sulle implicazioni socio-culturali legate allo stupro, nel mondo arabo e non solo: non è solo la ragazza ad essere condizionata dalle norme e dalle aspettative della società, sono i suoi stessi tormentatori ad esserne consapevoli al punto di sfruttarli abilmente per manipolarla. 
Con il suo film Ben Hania ci invita a riflettere sul riflesso in cui troppo spesso ci capita di incorrere: quello di pensare che una donna che subisce uno stupro ne sia in qualche modo colpevole, perché porta un vestito corto, perché è uscita da sola di sera, perché ha bevuto alcolici, perché insomma non si è comportata da "brava ragazza". Questi giudizi superficiali non sono il sintomo di un atteggiamento protettivo nei confronti delle donne: sono lo strumento attraverso il quale la società ci fa vivere in un'atmosfera di paura, e così da continuare a esercitare il suo controllo contrastando la nostra indipendenza e autodeterminazione. 
Lo sguardo di Mariam quando emerge dal suo lungo incubo racconta tutto il resto. Non siamo arrivate qui perché qualcuno ce lo ha concesso. Ci siamo arrivate lottando; non indietreggiamo di un centimetro, perché la battaglia per la libertà ancora infuria.

BEAUTY AND THE DOGS: LA BATTAGLIA INFURIA 22 maggio 2017 Alessia Starace

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